Svuotò sé stesso

 

di Gianmario Fiori

Care Sorelle e cari Fratelli, queste riflessioni che oggi vi propongo nascono dalla lettura dell’ultimo libro della Pastora Elisabeth Green[1], libro che è stato presentato in questi locali di culto il mese scorso Come abbiamo avuto modo di sentire nella lettura di introduzione, l’apostolo Paolo nella sua Lettere ai Filippesi (2,7) scrive di Cristo il quale, pur essendo di natura divina, spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo, concetto ulteriormente ribadito in Corinzi 2 (2Cor 8,9) allorquando dice che Cristo “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” Ciò che differenzia il cristianesimo da ogni altra religione è l’avvenimento che nessuna filosofia o mente umana potevano concepire: Dio che si fa uomo, che si incarna. Ma allora credo che a tutte e a tutti noi sorgano spontanee alcune domande come: qual è il processo teologico per cui Dio/il Figlio di Dio, il Logos, la seconda persona della Trinità si fa uomo, s’incarna’? Perché Dio sceglie di farsi uomo? Cercherò, nei limiti del possibile, di dare una risposta, mia personale, alle domande.

L’apostolo Paolo definisce questo processo con il termine greco di Kenosis, termine che in italiano potrebbe tradursi con le parole spogliarsi, svuotarsi, appunto per incarnarsi. Dio in qualche modo si autolimita, limita la sua infinitezza nella finitezza umana (certamente non perdendo le sue prerogative divine ma in qualche modo-passatemi il termine poco teologico- assopendole) Questo concetto di autolimitazione di Dio lo ritroviamo anche nell’antica parola ebraica del TzimTzum, che letteralmente significa ritrazione, contrazione, utilizzata dai cabalisti, in riferimento a Dio che si ritrae nell’atto della creazione del mondo.
Credo sia importante sottolineare e rimarcare la differenza tra Dio e il potere umano, i potenti del mondo. Da una parte un Dio che rinuncia, che si spoglia, dall’altra “i grandi”, “i potenti del mondo” che accumulano ricchezza, accumulano per loro togliendo agli altri, alla grande maggioranza degli uomini.
Arriviamo adesso alla seconda domanda: perché Dio sceglie di farsi uomo, di incarnarsi?
Io credo, ma penso di essere in numerosa compagnia, che questa sia la dimostrazione della grande libertà e del grande amore di Dio per l’uomo e l’umanità tutta. Dio è talmente libero da farsi prossimo all’umanità, da incarnarsi e vivere da uomo tra gli uomini (uso uomini come neutro plurale) e tale libertà si coniuga, si sostanzia nell’amore, amore per l’uomo, amore per una relazione con e per l’uomo, risposta alla domanda dell’uomo dove è Dio?

Ma mi chiedo: può esserci, ha un senso una relazione unidirezionale, solo da Dio verso l’uomo? Sono del parere, e credo lo pensiate anche voi, che ogni relazione, ogni vera e sana relazione, viva e si alimenti di RECIPROCITA’.
L’uomo non è e non può essere un soggetto passivo e Dio non entra e non può entrare in relazione con lui se non attraverso un atto volitivo dell’uomo.
Cito dall’Apocalisse (Ap 3,20): Ecco, io sto alla porta e busso, se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui.
Dio è rispettoso della libertà dell’uomo di voler o non voler entrare in relazione con Lui.
Immagino allora che a quell’atto di svuotamento, quello spogliarsi di Dio, debba corrispondere un analogo processo nell’uomo, come ben esorta l’apostolo Paolo (Filippesi 2,5)
Abbiate voi lo stesso sentimento che è stato anche in Gesù Cristo, il quale pur essendo in forma di Dio…spogliò sé stesso
Immaginiamo un ambiente ricolmo, fino all’inverosimile di oggetti. Ricolmo a tal punto da non potercisi muovere, da non far filtrare la luce. Ecco, così siamo noi: pieni di egoismo, di giudizi, di pregiudizi, convinzioni, invidie, idee che ci rendono impenetrabili o poco penetrabili al nuovo, alla luce. Solo svuotandoci, spogliandoci -e questo lo possiamo fare solo con un atto di volontà, di conversione (i filosofi e i teologi usano il termine metanoia)-  possiamo farci riempire della Luce di Dio, far muovere Dio in noi, avere una relazione reciproca con Dio.

Attraverso questo doppio svuotamento, questo doppio spogliarsi, Dio e Uomo si incontrano. Questo incontro è simbolicamente rappresentato dalla croce, che certamente è simbolo di Cristo risorto, è simbolo di speranza, ma per me è anche il punto di incontro tra l’umanità di Dio e la divinità dell’uomo.
Se ciascun uomo/donna che vive del e nel cristianesimo deve imparare a svuotarsi per fare spazio a Dio e all’altro, al prossimo, l’altra domanda che dobbiamo porci è la seguente: che significato ha, deve avere, per le nostre comunità, per le nostre chiese, questo spogliarsi, svuotarsi?
È una domanda estremamente importante perché riguarda il nostro futuro, il futuro delle nostre chiese e del cristianesimo stesso. Noi, come Battisti, ma non solo noi ma tutte le confessioni, hanno sempre vissuto in qualche modo, evidenziando le peculiarità rispetto alla generalità, alla globalità del messaggio. Senza nulla togliere alla storia di ciascuno, all’identità costruita nei secoli, bisogna fare attenzione a che la peculiarità non sovrasti la globalità.

Questa è la domanda che riguarda il nostro futuro, come immaginiamo il futuro delle nostre chiese, che contributo possiamo dare alla storia che corre più velocemente delle nostre chiese e alle generazioni che ci succederanno. Certamente dobbiamo imparare a svuotarci con intelligenza, senza buttar via niente in maniera improvvida, ma riempendoci in modo altrettanto intelligente. Non ci sono ricette facili per questo e tutti noi singolarmente e insieme dobbiamo cercare di dare risposte ai cambiamenti che con grande velocità travolgono la nostra società.
Le guerre, la fame, le malattie, le grandi disuguaglianze, le emigrazioni di massa, il cambiamento climatico con tutte le sue conseguenze, stanno cambiando e cambieranno drasticamente la nostra società e le nostre chiese e, mi permetto di dire, anche il modo di veicolare il messaggio evangelico.
Ecco allora che i concetti che ho espresso prima, il concetto di svuotarsi, che il Dio incarnato attende da noi, assume un carattere di urgenza: svuotarsi per dare nuova luce, più luce a un messaggio eterno che oggi risulta incrostato da troppe costruzioni umane e che non riesce o molto poco, a dare risposte ai cambiamenti epocali.

Riusciremo a trovare nuove direzioni?

A ciascuno di noi, a ciascuna delle nostre comunità, è richiesto cercare delle risposte e proseguire il cammino.

Trasformiamo la speranza nel futuro!


[1]  E.E. Green Dio, il vuoto e il genere, Claudiana 2023

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