Quando mai ti abbiamo visto…

di ELIZABETH GREEN

Il brano che abbiamo letto è molto conosciuto, chissà quante volte lo avete letto. Quante volte vi siete interrogati sul suo messaggio o, ascoltandolo, vi siete gettati nel panico. Oggi vi invito ad ascoltarlo di nuovo perché – vorrei suggerirvi – questa storia ci riserva quattro sorprese.

La prima, serve un po’ per tranquillizzarci. Sebbene sia un racconto di giudizio (le pecore vengono separate dalle capre), questa storia funge per noi da verifica. Serve, cioè, per determinare fino a che punto abbiamo imparato e compreso l’insegnamento di Gesù. Per prendere la patente, per esempio, non basta solo conoscere il codice della strada ma bisogna anche sapere guidare la macchina. Lo si verifica facendo un esame. Anche le aziende effettuano delle verifiche sia sui prodotti sia sul personale per vedere se abbiano raggiunto o meno i loro obiettivi. Persino la chiesa, nella sua assemblea annuale verifica il lavoro svolto prima di programmare quello ancora da svolgere. In altre parole, il brano che abbiamo ascoltato serve a verificare lo stato della nostra vita in vista di un giudizio che, quando arriva (e nessuno lo sa) sarà finale. Il suo scopo, dunque è di attivarci in modo che possiamo, se fosse necessario, aggiustare il tiro.

La provenienza ebraica della storia è evidente a prima vista. Essa riguarda le nazioni o gentili, tutti coloro che non appartenevano al popolo eletto. Anche noi apparteniamo alle nazioni, ma la storia ci riguarda perché si trova in scritture compilate dalle chiese per le chiese. Occupa un punto chiave nel Vangelo di Matteo, portando a termine l’insegnamento di Gesù ai discepoli sulla fine dei tempi.

Questione di una certa urgenza se pensiamo che Pietro, in una delle sue lettere, dice, “è giunto il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, quale sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al Vangelo di Dio? E se il giusto è appena salvato, dove comparirà l’empio e il peccatore?”

Anche l’Apocalisse, libro che svela “le cose che debbono avvenire tra breve” inizia con una verifica delle chiese. Ad ogni chiesa vengono elencati i loro aspetti positivi, da una parte, e i loro aspetti negativi, dall’altra. Poi, ad ognuna viene dataa la possibilità di recare il cambiamento necessario, attraverso un preciso piano d’azione, accompagnata da una promessa “a chi vince, io darò a mangiare dell’albero della vita che nel paradiso di Dio”

Una volta stabilito che questo racconto di giudizio per noi funga da verifica, ci imbattiamo in un’altra sorpresa. Non si tratta di un esame di fede. Al re non interessa affatto in che cosa credono o hanno creduto le persone che ha davanti. La verifica non avviene in base a ciò che sanno o pensano di sapere. Non viene loro richiesto di recitare formule di fede o dottrine varie. La cosa dovrebbe farci riflettere se pensiamo a come nei primi secoli i cristiani hanno discusso per anni come definire il Cristo, arrivando persino a maledire coloro che la pensassero diversamente. Oppure a come l’Europa ha combattuto guerre a favore o contra certe dottrine. Al re non interessa la teoria bensì la pratica. La verifica avviene in base ai fatti compiuti. D’altronde, altrove, Gesù stesso dice “Non chiunque mi dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Se la verifica viene condotto in basa a ciò che abbiamo fatto (o non fatto) è importante sapere ciò che ci viene richiesto. Ed ecco la terza sorpresa. Le azioni premiate non riguardano Dio bensì gli umani. Non hanno una dimensione verticale bensì orizzontale. In altre parole, la dimensione religiosa è del tutto assente da questo quadro. Le azioni che il re si aspetta non hanno a che fare con la chiesa, con il culto, con i sacrifici, con l’osservanza delle festività o la partecipazione ai sacramenti. Nella sua lettera Giacomo dice la stessa cosa: “La religione pura e senza macchia davanti a Dio è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni.” Fa sua la prospettiva di profeti come Isaia che, rivolgendosi a Israele dice che Dio non cela fa più a sopportare i suoi culti, le sue preghiere, le sue oblazioni, “Quando stendete le mani, io rifiuto di vederlo; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto,,, imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova.”

Ciò che conta, secondo Gesù, è come ci comportiamo nei confronti del nostro prossimo e, in modo specifico, nei confronti del prossimo bisognoso. Tutte le azioni elencate, dare da mangiare a chi ha fame, dare da bere a chi ha sete, accogliere lo straniero, visitare l’ammalato e andare a trovare chi è in prigione rispondono ai bisogni immediati delle persone. Ci mostrano quali sono gli elementi essenziali alla vita umana, il cibo, l’acqua, un luogo dove vivere, la presenza dell’altro. In un mondo basato sul superfluo, questa storia ci porta all’essenziale, a ciò che conta davvero, avere da che mangiare, avere da bere, avere un luogo dove vivere, avere il conforto della presenza altrui. È ciò che il re desidera per se stesso e per i suoi sudditi. Se mancano è compito dei sudditi fornirle gli uni agli altri. D’altronde Gesù aveva detto la stessissima cosa: “Tutte le cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge ed i profeti”. (Mt 7,12)

E così arriviamo alla quarta sorpresa che ci riserva questa storia. Prima, abbiamo visto che più che un giudizio finale, questa storia ci permette di compiere una verifica, qui e ora, nella nostra vita. In seguito, abbiamo scoperto la verifica viene fatta in base al fare e non al dire, all’agire e non al credere e che tale agire non riguarda l’aspetto verticale dell’esistenza ma quello orizzontale, non tanto Dio quanto l’umanità bisognosa di cui facciamo parte.

Ora scopriamo che ogni volta che è stata compiuta una delle azioni richieste, dare da mangiare a chi aveva fame, dare bere a chi aveva sete, e via dicendo, è stata fatta al re stesso “Ebbi fame, e mi desti da mangiare, ebbi sette e mi desti da bere, fui forestiero e mi accogliesti”. Sentendo queste parole, pecore e capre entrambi sono confuse “Quando mai t’abbiamo veduto aver fame e ti abbiamo dato da mangiare? Quando mai t’abbiamo veduto infermo o in prigione e siamo venuti a trovarti?” E il re risponde “In verità vi dico che quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me”.

È una risposta piuttosto sconcertante. Il re si immedesima così tanto negli umani bisognosi da diventare tutt’uno con ognuno e ognuna di loro. Non dice “è come se l’aveste fatto a me” ma “l’avete fatto a me”. Il quadro offerto è di una umanità condivisa, alla quale partecipa sia il re sia le nazioni. Gesù, dunque, ci offre la visione non di individui separati gli uni dagli altri ma di donne e uomini connessi gli uni agli altri, legati gli uni agli altri sulla base di un’umanità comune. Ne consegue che il bisogno dell’uno diventa il bisogno dell’altro che quell’altro, si può, debba soddisfare perché – come insegna la storia – ci va il proprio futuro, il proprio destino! Mentre le pecore hanno rispettato quel legame e hanno agito per mantenerlo, le capre lo hanno ignorato, facendone a meno lo hanno spezzato col proprio comportamento.

“In verità vi dico che quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me” dice il re. Chi sono “questi miei minimi fratelli” ai quali il re si riferisce? Sicuramente sono tutte le persone che, a un certo momento della propria vita si trovano nel bisogno, di un luogo dove abitare, di un pasto da consumare, di un amico che ascolta a consola. La verifica che le chiese devono fare, dunque, riguarda il modo in cui hanno rispettato il proprio con un’umanità bisognosa di cui fanno parte. Ma c’è anche un’altra verifica da fare perché secondo alcuni, “i minimi fratelli” del re sono i discepoli di Gesù, membri delle prime chiese cristiane. D’altronde, se il giudizio comincia dalla casa di Dio, è normale pensare che esso riguarda, in primo luogo, coloro che vi abitano. In Galati, per esempio, leggiamo “Così dunque secondo che ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente a quei della famiglia dei credenti”.

Lungo i secoli questa storia della separazione delle pecore dalle capre è stata usata per spaventarci o per rifocillare un dibattito sterile su fede e opere. Stamattina l’abbiamo letta come una storia con quattro sorprese. Mostrando chiaramente ciò che il Signore si aspetta da noi, essa ci invita a verificare fino a che punto riconosco il legame che mi unisce ai miei fratelli e sorelle in fede non a parole (che è facile), non la domenica mattina al culto, ma attraverso azioni concrete compiute al loro favore, In che modo faccio sentire la presenza della chiesa nella vita dell’altro, venendo incontro ai suoi bisogni? Fino a che punto questa chiesa onori il legame che la unisce all’umanità bisognosa di cui fa parte, lasciandosi interpellare dal suo bisogno di acqua, di cibo, di accoglienza, di presenza.

Spesso ci perdiamo in tante altre cose, azioni e progetti ma questa storia, raccontata da Gesù per preparare i suoi discepoli e discepoli alla fine, ci riporta a ciò che conta davvero, ci dà la possibilità di riportare cambiamenti alla nostra vita, nella speranza che un giorno anche noi sentiremo le parole: “In verità vi dico che in quanto lo avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me” Amen.

Condividi questa pagina con i tuoi contatti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *