Perché il male?

di ANNA REINA

Davanti allo spettacolo della grandezza e della magnificenza del cielo, ricamato con delicatezza dalle dita di Dio, il salmista si chiede: «Che cosa è l’uomo?» (Sal 8,5). La risposta che segue è eccezionale e sorprendente: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, / il figlio dell’uomo, perché te ne curi? / Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, / di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8,5-6). Inoltre, l’uomo, così elevato, è anche investito del compito di governare tutte le creature, che sono poste sotto i suoi piedi (Sal 8,7-9). Tuttavia, nei Salmi la domanda «Che cosa è l’uomo?» viene ripresa nuovamente e questa volta nel Salmo 144 trova una risposta differente e per certi versi sconcertante: «Signore, che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore? / Il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero? / L’uomo è come un soffio, / i suoi giorni come ombra che passa» (Sal 144,3-4). Due modi molto differenti e apparentemente contraddittori di presentare la condizione umana. L’esistenza è instabile e incerta, e la vita dell’uomo è effimera e passa in fretta, in modo inesorabile.

Entrambe le risposte alla domanda «Che cosa è l’uomo?» sono vere e aprono una finestra su quello che è il grande mistero dell’essere umano, creato a immagine di Dio (Gen 1,26-27) e costituito sovrano del cosmo, eppure creatura debole e vulnerabile. In Genesi 2,7 leggiamo «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un anima vivente» (Gen 2,7). Dio è presentato come un vasaio che modella l’essere umano dalla polvere della terra e instilla in lui il soffio di vita.

Una creatura fragile, vulnerabile alla quale non viene risparmiata, come a tutti gli esseri viventi, la realtà della malattia, della sofferenza e della morte.

Da adulti siamo tradizionalmente portati a pensare ed interpretare la malattia e la morte come possibile espiazione delle nostre innumerevoli colpe e/o omissioni, ma un bambino cosa deve espiare? La domanda che più di tutte può lasciarci senza risposta è sicuramente come mettere in relazione l’esistenza di Dio e la sofferenza e la morte, soprattutto dei bambini.

Una lettura in particolare, che vi riporto, sintetizzandola, tratta da una scritto del biblista Alberto Maggi, mi ha aiutato a riflettere su questo argomento.

Dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie? Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino, nella religione anziché nella condizione esistenziale dell’uomo

La risposta della religione fu che esistevano due divinità, una buona, ed era il Dio Creatore, quello della Vita, del Benessere, della Salute, e una divinità malvagia, ed era il Dio della Morte, della Malattia, della Povertà. Questa spiegazione era molto semplice, ma risolveva efficacemente il problema del perché della malattia, e della morte.

I problemi cominciarono a sorgere presso le religioni monoteiste, quando progressivamente si arrivò alla concezione di un unico Dio, nello specifico presso il popolo ebraico, il dio d’Israele, JHWH. Eliminata la divinità negativa, tutto, il bene e il male, la vita e la morte, la salute e la malattia, vennero attribuite a questo solo Dio: “Bene e male, vita e morte, tutto proviene da JHWH ” (Siracide 11,14).

Il continuo progresso teologico e spirituale del popolo d’Israele lo portò poi mano mano a eliminare ogni elemento negativo nella figura del suo Dio, escludendolo definitivamente come autore del male, che però restava, con il suo contorno di malattia, di povertà, di morte, di disgrazie.

Per risolvere questo problema si creò allora una figura teologica che tanto ha influito e ancora purtroppo influisce nella vita dei credenti, quella del peccato, inteso come trasgressione alla legge divina. Pertanto, non era Dio l’autore del male, e delle malattie, ma l’uomo, con il suo peccato, era responsabile del giusto castigo divino. Per discolpare Dio del male, si accusa l’essere umano: le malattie diventano così il castigo di Dio per i peccati degli uomini e delle donne, come insegna la Bibbia: “Non giunge al giusto alcun malanno, gli empi invece son pieni di mali” (Pr 12:21); “Chi pecca contro il proprio creatore cade nelle mani del medico” (Sir 38,15).

L’obbedienza a Dio era pertanto garanzia di vita e di salute.

La realtà mostrava però la non veridicità e la fragilità di questa teologia, in quanto l’esperienza rivelava che gli empi vivevano lungamente tra agi e ricchezze, mentre le persone pie e buone soffrivano malattie, miseria e morte precoce. Questa incoerenza tra teologia ed esperienza dell’uomo venne corretta, inasprendo però la figura di Dio. Pur di non smentire la dottrina, si arrivò infatti a colpevolizzare l’uomo per colpe e peccati non suoi. Infatti, il castigo di Dio si estendeva non solo sui colpevoli, ma anche sui loro diretti discendenti; pertanto, non c’era scampo alla sua punizione: “YHWH è lento all’ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione, ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” (Nm 14,18; Dt 5,9; Es 20,5).

Tornando alla sofferenza dei bambini questa dottrina non risparmiava neanche gli innocenti,: “Quando in una generazione vi sono dei giusti, i giusti sono puniti per i peccati di quella generazione. Se non vi sono giusti, allora i bambini soffrono per il male dell’epoca” (Shab. 33b).

Questa teologia molto primitiva e oggettivamente traballante e ingiusta viene contestata dal profeta Ezechiele per il quale ogni persona è responsabile del suo castigo: “Voi dite: Perché il figlio non sconta l’iniquità del padre? – Perché il figlio ha agito secondo giustizia e rettitudine, ha osservato tutti i miei comandamenti e li ha messi in pratica, perciò egli vivrà. Chi pecca morirà; il figlio non sconterà l’iniquità del padre, né il padre non l’iniquità del figlio! Sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità” (Ez 18,19-20).

Quindi ognuno sconta il proprio peccato. Ed era già un passo avanti. Ma anche questa teologia viene contestata dall’autore del Libro di Giobbe, dove viene presentato l’uomo più buono e pio della terra, colpito da ogni sorta di male e malattia, a dimostrazione che non era vero che il male era una punizione per le colpe degli uomini malvagi, ma che esisteva ed andava fatalmente accettato: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?” (Gb 2,10).

Nello stilare l’elenco dei malanni da chiedere al Signore per punire le colpe del genere umano, si trovava ispirazione nella cinquantina di maledizioni che il Signore avrebbe scagliato su quanti avessero trasgredito la Legge divina, contenute nel Libro del Deuteronomio (Dt 28,15-68), elenco agghiacciante dove ogni malattia viene ricordata: la consunzione, la febbre, l’infiammazione, ulcere, scabbia, emorroidi “da cui non potrai guarire”, delirio, cecità, pazzia, ecc. Il sacro autore, preso dallo scrupolo di non aver elencato abbastanza disgrazie, scrive: “Anche ogni altra malattia e ogni altro flagello, che non sta scritto nel libro di questa Legge, JHWH manderà contro di te, finché tu non sia distrutto” (Dt 28,61).

Al tempo della predicazione di Gesù predominava la spiritualità farisaica, con la dottrina del merito e del castigo, e la malattia era vista come espressione della punizione divina per il peccato. Ma ecco che davanti al mistero della malattia, il Cristo inizia la sua predicazione, liberando e guarendo le persone, come descrive l’evangelista Matteo: “E percorreva l’intera Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e proclamando la buona notizia del Regno e guarendo ogni malattia e infermità nel popolo” (Mt 4,23).  Dio è colui che libera dalle malattie non colui che le invia.

Purifica un lebbroso escluso dalla comunità a causa della malattia (Mt 8,1-4), risana il servo di un centurione con la forza della sua parola (Mt 8,5-13), guarisce la suocera di Simone che si trova a letto con la febbre (Mt 8,14-15) e, infine, libera gli indemoniati e risana «tutti» gli ammalati (Mt 8,16).

Al dramma della malattia il Vangelo non risponde presentando un guaritore-taumaturgo fra i tanti che circolavano nella Palestina del I secolo, ma mostrando il mistero di Gesù, uomo-Dio, pienamente solidale nella sua carne con l’umanità ferita e proprio per questo capace di toccarla e di guarirla.

Gesù nei Vangeli, quindi, non accetta una fin troppo facile connessione tra peccato, sofferenza e malattia. Davanti ai discepoli che si interrogano sui peccati del cieco nato, egli risponde rimandandoli a Dio e a quanto il Signore può operare nella vita di quest’uomo invalido nel corpo: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3). Gesù non va alla ricerca delle colpe, ma invita a sperare in un Dio che è capace di operare traendo il bene perfino dal male ( Gen 50,20). Gesù con la sua risposta esclude tassativamente alcun collegamento tra infermità e peccato.

Gesù non si occupa della dottrina, ma dell’uomo. Per questo non tratta della malattia ma si prende cura dei malati. Gesù non chiede agli infermi di accettare la loro malattia come espressione della volontà divina, o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice, ma lui si offre al malato per curarlo e guarirlo. Neanche afferma che queste sofferenze siano state loro inviate da Dio, come croce da portare per tutta la loro esistenza.

No. Gesù semplicemente guarisce.

Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. L’azione del Cristo è solo una risposta alle domande di aiuto (“Se vuoi, puoi purificarmi! ”dice il lebbroso Mc 1,40). Gesù, a volte, precede le richieste degli infermi, risuscitando la speranza in chi aveva perduto ormai ogni illusione: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6) chiede al paralitico.

Se poi consideriamo l’osservanza della Legge divina nel riposo del sabato e la salute e il benessere dell’uomo, Gesù non ha mai avuto dubbi, ha sempre scelto quest’ultima, suscitando le proteste dei capi religiosi.

Ancora, Gesù non invia i discepoli a convertire i peccatori, ma, come lui, a curare e a guarire, ad alleviare le sofferenze dell’umanità:

“E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi; “Essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni” (Lc 9,2.6).

L’invito di Gesù continua nel tempo, ed è compito della comunità dei credenti la cura dei malati, rispondendo al suo appello “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36), come ben comprese la comunità cristiana primitiva:

“Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc. 5,13-15).

Va dato atto che gli ospedali o nosocomi (dal greco nósos/malattia e komeîn/curare), nacquero proprio per iniziativa dei cristiani.

La relazione tra la malattia e la colpa dell’uomo non è però venuta meno, ma è penetrata nei secoli, veicolata  stt dalla religione cattolica, mettendo le radici nell’intimo delle persone, a tal punto che  ancora adesso, quando  gli esseri umani vengono a conoscenza di essere affetti da una malattia reagiscono spesso con sentimento di rifiuto e rabbia “Perché proprio a me?” e infine con un devastante senso di colpa, “Che cosa ho fatto di male per meritare questo? ”

Ma dunque “Unde Malum?”. Da dove origina il male e quale è la sua ragione d’essere?

A questa domanda alcuni grandi scrittori cristiani e padri della Chiesa (Sant’Agostino, Dostoevskij, Kierkegaard) hanno provato a dare una risposta, sottolineando come la malattia mortale del cristianesimo – e dell’umanità – sia la paura della morte.

Il vero male del cristiano e della persona umana è l’essere persuasi – più o meno consapevolmente – che la morte è più forte. Mentre l’essenza del cristianesimo sta nell’intima persuasione che la morte è già stata sconfitta dalla risurrezione, dalla vita in Cristo.

Il cristianesimo è la religione delle persone libere. Il cristianesimo insegna all’umano a essere libero perché dà fiducia all’umano.

Il male non mette realmente in discussione l’esistenza di Dio che per definizione è buono. Il male è un difetto di bene intrinseco alla libertà donata da Dio all’umanità. È il prezzo della libertà. Il male è una riduzione del bene. La libertà offerta dal Cristo è una libertà capace di assorbire il male, diminuendolo, e di liberare il bene, aumentandolo: una libertà che consente alle creature di risultare veramente simili al loro Creatore.

Dio, col libero arbitrio, ha dato all’uomo la libertà di elevarsi dalla terra di cui è fatto e di scoprire che in quella stessa sostanza di terra e di carne c’è molto di più di quanto si possa pensare, perché Dio si è incarnato in Cristo.

La potenzialità propria del cristianesimo è di rendere possibile in ciascun essere umano la vittoria sulla paura della morte. La morte può non fare più paura perché è vinta dalla risurrezione operata da Dio in Cristo. Lo spartiacque è la Pasqua. Se l’uomo crede, tutto veramente cambia. C’è altro oltre a questa vita e a questo mondo: c’è l’Eterno.

Questo se ci riconciliamo con la nostra finitezza e agiamo alla luce di questa, senza rimuovere la nostra mortalità e il senso del limite, infatti non tutto è spiegabile, l’esistenza è un dono che non si può né controllare né accumulare.

L’amore è l’espressione della vita di fede in Cristo, una vita che non ha più paura della morte, perché la morte è già stata vinta. Da Paolo l’appello cristiano al credente è a non avere paura, mentre – da quel che vediamo – l’uomo occidentale contemporaneo è un uomo dominato dalla paura della morte e perciò costantemente e pesantemente condizionato nelle sue scelte dalla sua stessa paura. La paura della morte porta perciò l’uomo a negare l’amore, lasciando libero campo al male

Ecco, quindi, che la fede in un dio può illuminare l’aria cupa della vecchiaia, della malattia ed anche della morte a patto di aver deposto nel cuore, fin dalla giovinezza, l’intuizione che all’origine di tutto ciò ci sia un Creatore, che ha dato forma al mondo, che ci ha desiderati/e e voluti/e.

Seppur avvolta nel mistero, la malattia può essere uno strumento per sperimentare la pietà umana, per sentirsi parte di un universo fragile che non dimentica come la carezza di Dio, così come quella dei fratelli, può offrire molto più di una consolazione.

Dice Sant’Agostino “Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere. “e ancora “La vera potenza di Dio consiste non nell’impedire il male, ma nel saper trarre il bene dal male.”

Gesù non è venuto a sopprimere la sofferenza o a spiegarla o a giustificarla. È venuto a farla propria e a trasformarla. Sopportandola con amore infinito. Egli ci ha insegnato a consolare le sofferenze degli altri e a superare pazientemente con lui e in lui, quella inevitabile!

In conclusione recita Qoelet (8,17)” Ho scrutato tutta l’opera di Dio e ho visto che l’essere umano è impotente a spiegare quello che si fa sotto il sole; egli ha un bel affaticarsi a cercarne la spiegazione; non riesce a trovarla anche se il saggio pretende di saperla, non può però trovarla”.

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