L’incredulità di Tommaso

di FABRIZIO OPPO

Ora Tommaso, detto Didimo, uno dei dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri discepoli dunque gli dissero: «Abbiamo visto il Signore!» Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò».
Otto giorni dopo i suoi discepoli erano di nuovo in casa, e Tommaso era con loro. Gesù venne a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» Poi disse a Tommaso: «Porgi qua il dito e guarda le mie mani; porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente». Tommaso gli rispose: «Signore mio e Dio mio!» Gesù gli disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»
Gv.20,24-29

Dobbiamo comprendere l’incredulità di Tommaso. Ha visto i chiodi penetrare nelle mani di Gesù e la spada lacerare il suo costato. Ha vissuto il momento lacerante della sconfitta. Non può credere a una affermazione che sembra semplice, ingenua, dettata dal desiderio dei compagni ma per lui illusoria. Solo il dolore da lui provato è vero, è una cosa reale che si vede e si tocca. Ed è implacabile. Per lui, ormai disincantato, il dolore è più forte della parola lieta annunciata dagli altri apostoli.

Noi però, questa parola lieta vogliamo annunciarla nel periodo della Pasqua. Anche se dobbiamo tenere presente, vicino a noi, come una cosa che ci riguarda, anche l’incredulità di Tommaso. Perché non possiamo stravolgere l’importanza dell’annuncio della Resurrezione trasformandolo in un grido trionfalistico e quindi superficiale, astratto e indifferente alla storia del mondo.

Che cosa vuol dire infatti annunciare la Resurrezione? Come pronunciare questa notizia? Sarà un annuncio capace di distruggere il male e la morte, realtà così indiscutibili chiare e palesi nel nostro mondo e nella nostra storia? E come potrà farlo? Tacendo e dimenticando il male e la violenza? Riducendone il peso, relativizzandolo, così che la Resurrezione appaia un superamento definitivo, una negazione del male da parte del bene?

Come essere, seguendo il monito di Gesù, credenti e non increduli?

Non sono domande oziose e non prevedono necessariamente un lieto fine del duello tra la morte e la vita. Non è facile nemmeno per noi credenti affermare l’alternativa tra morte e vita in modo così drastico. C’è qui la morte, qui invece la vita, con la Resurrezione trionfa la vita e la morte non c’è più.

Dietrich Bonhoeffer, ha scritto: “La fede nella Resurrezione non è la “soluzione” del problema della morte. L’“aldilà” di Dio non è ciò che supera le capacità della nostra vita […] È al centro della nostra vita che Dio è aldilà (e quindi la Resurrezione si afferma in questa nostra vita, non oltre). La Chiesa non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti (la chiesa non sta nei limiti umani ad es. nella morte), ma sta al centro del villaggio, all’interno della vita umana”.

Bonhoeffer voleva dire che non possiamo usare la fede, e la fede nella Resurrezione, per risolvere il problema molto umano della paura della morte. Non è che la morte sia la malattia finale della nostra vita, un male per guarire il quale ci sarà la resurrezione.

Per capire questo problema proviamo a procedere in modo paradossale, per assurdo, immaginando di essere immortali. È ovvio che è impossibile ma proviamo a pensarci immortali, dotati di vita che non finirà. Possiamo credere che la Resurrezione non ci riguardi più e che non sia più necessaria? No, non possiamo crederlo. La resurrezione sarà sempre necessaria perché la resurrezione non è il prolungamento infinito della vita ma la sua trasformazione, la sua liberazione. Anche un individuo eterno ha bisogno di essere liberato perché per esempio è chiuso in sé stesso o perché è impegnato a salvare la propria vita e non invece a donarla come insegna Gesù Cristo. Potrebbe essere immortale ma non impegnarsi per la liberazione degli ultimi e dei perdenti. Non è perché siamo mortali, non è perché noi moriamo che abbiamo bisogno di Dio. Ne avremmo bisogno anche se fossimo immortali.

Ecco perché solo mettendo le nostre mani sulle ferite delle mani di Gesù, sulle trafitture del suo costato noi non saremo più increduli ma credenti. Perché solo affrontando la sofferenza e chinandoci davanti al dolore noi possiamo sperare in una liberazione che sia reale e non illusoria. Una speranza cioè che non passi accanto alla vita, ma che nasca al centro della vita, in tutte le sue dimensioni, compresa la disperazione. Una speranza che nasca al centro della storia e che ci costringe a fare i conti con essa, nella quale il bene è così intrecciato al male da costringerci a domandarci: quanta parte di male io posso accettare, e proprio per essere fedele a Dio, quanta parte di male io devo accogliere in me per non essere indifferente al dolore causato dalla violenza, per non girarmi dall’altra parte, per non credermi, illusoriamente, puro? Può il messaggio della Resurrezione renderci puri? La Resurrezione è davvero così disincarnata?

Questo è il significato del non essere increduli ma credenti. Avere fede, la quale, come sappiamo, è certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono (Ebrei 11) Dimostrare cose che non si vedono, immaginare una realtà oltre l’evidenza attuale della nostra vita e della nostra storia, ma che non la dimentichi, che contesti e rimproveri lil mondo attuale, ma lo guardi e lo osservi. Perché l’evidenza attuale, ciò che ci sta drammaticamente davanti, è violenza e oppressione e noi dobbiamo conoscerla.

E tuttavia, ammaestrati dalla fede nella Resurrezione di Gesù, solo immaginando un mondo diverso noi possiamo combattere un mondo dove bambine e bambini sono violati e uccise e affamati, dove chi fugge da carestie, fame e guerre ha come disperata speranza quella di attraversare i nostri mari mettendo a rischio la propria vita. Dobbiamo essere credenti, osare cose che non si vedono e che possono però essere sperate. Immaginare la visione del profeta Geremia: giovani e vecchi saranno felici e danzeranno insieme alle fanciulle (Geremia 31,13).

Penso che ci rendiamo conto della difficoltà di questo compito. Si tratta di proclamare la resurrezione e la vita e di guardare, allo stesso tempo, a occhi aperti questa vita che è la nostra e che è un intreccio di benedizione e di croce, di terra, di carne e di eternità. Si tratta di essere come i profeti di cui parla la Prima lettera di Pietro, profeti che immaginavano una realtà che essi non vedevano.

Sorelle e fratelli, io spero che le nostre chiese che secondo approfonditi studi sociologici sembrano indirizzarsi a una diminuzione, a uno spopolamento progressivo, restino comunque luoghi di testimonianza, non solo per noi credenti ma per gli abitanti del mondo in cui viviamo, che è fatto di credenti e no. Sarebbe bellissimo che gli abitanti del mondo trovassero nelle nostre chiese un linguaggio e una parola distante dalla comunicazione ordinaria e frettolosa e imprecisa che spesso connota la comunicazione dei media e dei social. Sarebbe bello trovare e approfondire tra noi un linguaggio più difficile di quello della chiacchiera, ma più vero e riconoscibile da tutti come più credibile. E cioè il linguaggio di una speranza che non è facile consolazione, ma parola sincera e verace. Un linguaggio che unisce insieme speranza e realismo, dove il mondo è veramente presente cioè dove il bene c’è, ma è intessuto nella storia di tutti, che è sempre storia di legami e intrecci, di vita e di morte.

Speriamo che le nostre chiese siano chiese dove la parola della resurrezione è predicata insieme a quella che potrebbe essere considerata la sua smentita, dove cioè l’esclamazione di Tommaso (Mio signore e mio Dio) è pronunciata con le mani sulle ferite dei chiodi e delle lance nel corpo di Gesù Cristo.

Amen

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