Le beatitudini

di ASSUNTA CORONA

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio
Mt 5, 3-9 passim

Le beatitudini aprono il “Discorso della montagna”, la magna charta dei cristiani. Accostandoci a queste parole del Maestro, invochiamo l’assistenza dello Spirito Santo perché ci sia concesso di cogliere la forza divina in esse contenute.

È quasi superfluo precisare che con il suo insegnamento Gesù non intende darci delle indicazioni di carattere puramente morale. Per questo non sarebbe stata necessaria l’incarnazione del Verbo. Un Aristotele sarebbe bastato. Gesù, il Maestro, con il suo insegnamento accende una luce divina sul mondo degli uomini e mostra uno scorcio di quello che è il mondo di Dio. L’irradiazione di questa luce divina illumina gli umili di cuore, ma brucia ed acceca i superbi.

È normale che le parole di Gesù, così lontane dal comune modo di pensare umano, possano suonare paradossali e stravaganti. Che ci troviamo di fronte ad un paradosso lo dice l’accostamento tra due parole per noi inconciliabili: “felicità e povertà”. Chiunque dotato di buon senso si sentirebbe legittimato a dire: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta”. Sarebbe persino ragionevole obiettare: “ma tu i poveri li hai visti? Oltre che infelici, sono sporchi, cattivi, ladri, pericolosi. Di che cosa ci vieni a parlare, Gesù di Nazareth?” Ma dalla bocca del Maestro si snocciolano una dopo l’altra, in una divina grandezza, le perle della felicità che pure parlano di povertà, di pianto, di persecuzione…. Gli ascoltatori sono esortati ad aprire i loro cuori all’esaltante esperienza di attingere la felicità là dove gli uomini vedono solo umiliazione, disprezzo e disperazione. Gesù sa cos’è la  povertà, perché lui stesso, il Figlio di Dio altissimo, da ricco che era, ha voluto farsi povero fino a consegnarsi nelle mani degli uomini, che lo hanno condannato alla morte di croce. Non nella luce abbagliante del potere, della ricchezza, della forza, della prepotenza, e nemmeno nell’arroganza del sapere, della scienza e del progresso irrompe nel mondo il regno dei cieli, ma nell’abbassamento del Figlio di Dio. Nella debolezza si manifesta la potenza dell’Amore di Dio: “fino a questo punto vi ho amato”.

Per essere discepoli del Nazareno, ci è dunque chiesto di diventare cultori del dolorismo e della miseria? No di certo. Queste realtà ingiuste si devono combattere. Non con le armi, la violenza e la prepotenza, secondo il costume umano, ma con la giustizia, unica vera fonte di pace.

Gli uomini con il loro attaccamento ad ogni forma di ricchezza generano per gli altri miseria e violenza, solo la giustizia le sana e porta la pace nel mondo.

Chi aderisce con la fede a Dio, affida la sua vita non alla ricchezza, ma a Dio. La fede, intesa come affidamento al Padre, nel battesimo ci rende figli e via via sempre più simili a Gesù, fino a renderci capaci come lui di operare parabole. Apprenderemo a dividere il pane con l’affamato e, come Booz, a concedere a una donna povera di spigolare nel nostro campo. Se sapremo rendere dignità alla vedova e allo straniero, ci sarà dato di sperimentare la pace promessa ai figli.

Il Vangelo è per noi e riguarda il nostro oggi. Addolora il cuore di Dio vedere i cristiani insensibili e ostili verso i poveri e gli stranieri. Ricordiamo il giovane ricco che, affascinato da Gesù, pregustava il sogno di farsi suo discepolo, ma avendo molti beni, cui teneva più che a Gesù, il suo sogno si infrange contro l’ostacolo della sua ricchezza. Non si possono seguire due padroni. Dio esige da noi il primo posto!

La Scrittura ci presenta numerose figure di “uomini giusti” (Noè, Giuseppe, Simeone etc.). Nella Bibbia il giusto sembra persino collocarsi al di sopra del buono. Ed è nei rapporti interpersonali che la giustizia è particolarmente importante quando abbiamo a che fare con la povertà. Perché, se sono povero e ricevo qualcosa da te, se vedo che questa tua azione nasce dalla giustizia, l’aiuto che mi dai è più liberante e più degno dell’elemosina che mi arriva perché sei buono e altruista. Solo Dio è buono senza indebitare le persone, ma tra gli esseri umani è molto raro che chi aiuta in nome della sua bontà non finisca per creare nel beneficiario qualche forma di debito e quindi di controllo e di manipolazione. Abbiamo da imparare che nei processi di riduzione della povertà e della miseria è fondamentale la dimensione della reciprocità.

Come cristiani e cittadini dobbiamo farci carico, per quanto è nelle nostre possibilità, di questa evoluzione politica e sociale perché quel beati i poveri sia per noi l’annuncio della buona notizia, ossia che fin da ora possiamo possedere il regno dei cieli nella giustizia e nella pace.

Condividi questa pagina con i tuoi contatti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *