L’annuncio inevitabile

di FABRIZIO OPPO

Luca 19:29-40

29 Come fu vicino a Bètfage e a Betania, presso il monte detto degli Ulivi, mandò due discepoli, dicendo: 30 «Andate nella borgata di fronte, nella quale, entrando, troverete un puledro legato, su cui non è mai salito nessuno; slegatelo e conducetelo qui da me. 31 Se qualcuno vi domanda perché lo slegate, direte così: “Il Signore ne ha bisogno”».
32 E quelli che erano stati mandati partirono e trovarono tutto come egli aveva detto loro. 33 Mentre essi slegavano il puledro, i suoi padroni dissero loro: «Perché slegate il puledro?» 34 Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35 E lo condussero a Gesù; e, gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36 Mentre egli avanzava stendevano i loro mantelli sulla via. 37 Quando fu vicino alla città, alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei discepoli, con gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutte le opere potenti che avevano viste, 38 dicendo: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!»
39 Alcuni farisei, tra la folla, gli dissero: «Maestro, sgrida i tuoi discepoli!» 40 Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno».

Geremia 20,7-9

7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno;
ognuno si fa beffe di me.
8 Quando parlo, devo gridare,
devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me
motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
9 Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.

I due testi che abbiamo ascoltato oggi, quello di Luca sull’entrata di Gesù a Gerusalemme (la Domenica delle Palme) e quello del profeta Geremia, hanno come messaggio centrale e forte quello della inevitabilità dell’annuncio della salvezza. La parola di Dio sarà annunciata in ogni caso, sia che siamo noi credenti a predicarla o no. Se noi tacciamo, se non annunciamo noi la Parola, questa verrà annunciata dalle pietre, “le pietre grideranno”.

Probabilmente il libro che conosciamo sotto il nome di Geremia è un insieme di scritti di diversi autori distribuiti in tempi e spazi diversi. Una pluralità di esperienze simili poi riunite in un testo unitario sotto un solo nome, Geremia appunto.

Ma questa scelta redazionale è felice perché l’esperienza di fede e di testimonianza profetica da esperienza generale diventa l’esperienza di un uomo concreto di una persona che vive in sofferenza la sua fedeltà a un Dio lontano. Il confronto con Dio acquista autenticità e drammaticità (i famosi lamenti o confessioni di Geremia soprattutto nei capitoli dal 10 al 20). Ci sono due persone, Geremia è persona perché vive nella sua esistenza l’esperienza della fine di Gerusalemme e della fine del tempio al momento della deportazione e dell’esilio a Babilonia, e Dio è persona perché a Dio si parla, perché Dio si prega. Non è un’idea, non è l’idea del bene o l’idea di giustizia, ma un Tu, il Tu che mi ha fatto intessendomi nel grembo di mia madre. E a cui mi rivolgo con schiettezza e ardimento e fede anche quando questo indissolubile legame accade in una situazione di smarrimento.

In Geremia vediamo, caso unico nella letteratura profetica, la lacerante divisione tra il profeta e la sua vocazione che è quella di predicare la parola di Dio. Una scissione tutta interna alla sua persona, una frattura all’interno di sé. Geremia, infatti, è il profeta che non vuole predicare la parola di Dio, un profeta che vuole tacere e che dice: io non parlerò più nel suo nome. Questo atteggiamento di Geremia si esprime in modo drammatico e anche violento qui nel capitolo 20 del suo libro, ma era presente anche all’inizio della sua storia, al momento della sua chiamata.

Vediamo come inizia tutta la storia di Geremia. Dio si rivolge a lui dicendo: prima che ti avessi tessuto nel grembo di tua madre ti ho scelto e costituito profeta delle nazioni. Al che Geremia grida: no, no mio Signore, ti prego no: io non so parlare, non ho né forza né autorità perché sono solo un ragazzo. E Dio di rimando: non ha importanza che tu sia solo un ragazzo perché io ho messo le mie parole sulla tua bocca e tu andrai a giudicare re e nazioni. Ti mando per sradicare e demolire, per abbattere e per distruggere, e poi per costruire e per piantare. Come inizio di una storia dobbiamo riconoscere che fa tremare i polsi. Il giovane Geremia non solo dovrà presentarsi a re e nazioni, ma dovrà distruggere e sradicare, abbattere e demolire e, dopo, dovrà anche costruire e piantare.

E certamente il Signore, per confortarlo promette che lo accompagnerà, che sarà con lui. Sarebbe questo un grande sostegno. Se soltanto fosse vero.

Quello che Geremia sente, invece, non è la presenza del Signore, ma la sua assenza: Signore il mio dolore è come una piaga, perché anche tu mi deludi, sei come un torrente dalle acque incostanti (15, 18), tu sei come un uomo che è forte ma incapace di aiutare, sei come uno straniero che si ferma tra noi per una notte sola e poi se ne va via (14,9)

Cerchiamo di capire Geremia. Il Signore gli affida un incarico impossibile e lui, anche se malvolentieri, acconsente. Confida nella vicinanza che Dio gli ha promesso. Ma a causa della sua predicazione vede tutto il mondo contro di sé. Il popolo lo abbandona e lo chiama traditore, è vittima di congiure, è percosso e imprigionato. E in più Gerusalemme è occupata da Babilonia, il Tempio è distrutto (il tempio, l’identità del popolo), il popolo deportato.

La reazione sconfortata di Geremia è comprensibile. Chi non sarebbe con lui in questa situazione?

Riascoltiamo quello che dice nel vuoto della sua esperienza: Signore, tu mi hai sedotto (vuol dire: mi hai raggirato, mi hai ingannato, mi hai confuso) e io mi sono lasciato sedurre, ho ceduto ai lacci delle tue lusinghe e ci sono caduto dentro. Hai ottenuto con la forza quel che volevi, e ora tutti mi disprezzano e ridono di me. E allora ho detto: basta con il Signore, non voglio più pensarci. Non parlerò più nel suo nome. Così vuole concludere Geremia, non vuole più parlare per conto di Dio. E qui siamo con lui, lo capiamo, è ragionevole, è logico. Sono stato tradito, che altro posso fare? Ecco perché dicevamo che Geremia è un caso unico nella letteratura profetica, perché presenta la lacerante divisione tra il profeta e la sua vocazione. Tra i profeta e la sua chiamata.

Però, ecco che cosa accade appena Geremia ha pronunciato le parole del suo rifiuto: appena io ho negato di testimoniare la Parola ecco che ho sentito dentro di me un fuoco che mi bruciava le ossa, ho cercato di contenerlo, ma non è possibile.

Ecco come accade la speranza. Qui sta la benedizione per il profeta e per noi. Sta qui però, in mezzo alla desolazione. Non oltre, non dopo, ma proprio qui. Il libro di Geremia, la storia del profeta non finisce con un happy end. Il popolo sarà deportato per anni, Geremia morirà esule in Egitto, forse ucciso dai suoi stessi compagni di fuga. E manterrà però la fede. La fiducia sofferta ad un Dio lontano.

La speranza cioè non è un benessere che risolve i problemi. La speranza si afferma quando nel momento della disperazione udiamo di nuovo la parola di Dio. Quella parola che non volevamo sentire, che non abbiamo più cercato, anzi quella parola che avevamo allontanato da noi e che volevamo tenere lontana. La speranza è la Parola che si afferma nonostante noi. Non è uno stato psicologico o una richiesta di sollievo per la nostra anima. Viene da sé, e si impone da sé. Senza che ci sia un perché.

Il rifiuto di Geremia aveva un perché. Io rifiuto le parole di chi mi ha deluso e tradito. Ma le parole che riemergono, bruciando le ossa come un fuoco, non hanno un perché. Semplicemente accadono inaspettate, accadono gratuitamente.

Come nel brano del vangelo di Luca che abbiamo letto poco fa. Noi smettiamo di parlare e allora le pietre si mettono a gridare. E nel nostro cuore si accende un fuoco ardente che non possiamo contenere.

È qualcosa di tellurico, di incontenibile. E per di più non sembra nemmeno qualcosa di dolce, perché questa parola, per emergere, deve fare una breccia nella scorza, nella volontà di Geremia e nel suo corpo, nel suo sangue e nei suoi nervi, ed è una ferita dolorosa. Perché io non voglio la profezia ed ecco che la profezia accade lo stesso in me. E mi fa male.

Ed è come se fossimo tornati all’inizio. Il Signore mi ha fatto forza a ha vinto. Mi ha sedotto ancora con i richiami della seduzione che solo lui conosce, e io non posso fare altro che accoglierlo. Non posso che lasciarmi sedurre. Ancora. È possibile sembra dire Geremia, che Dio mi inganni ancora, è possibile che io sia di nuovo raggirato, invischiato nei suoi legami. Ma non posso fare altro. Vorrei abbandonarlo, ma non posso.

Sorelle e fratelli, al momento della conclusione di questo discorso, guardiamo all’esempio di Geremia riflettendo su due cose legate tra loro: la prima è che la parola del profeta è una parola di liberazione e di benedizione per noi. La seconda è che questa benedizione avviene nel dramma della sofferenza.
La parola di Dio, infatti, produce una scissione in noi. Io non resto tutto intero e integro quando Dio parla. Perché la sua parola mi scuote. Perché è come una spada a doppio taglio che divide le giunture e le midolla del nostro corpo e della nostra anima, come dice la Lettera agli Ebrei (4,12)
Noi possiamo e dobbiamo accogliere il messaggio di Geremia con ringraziamento, come un dono e una benedizione, perché la sua parola, in qualunque modo o situazione sia pronunciata, ci libera.
Ma non dimentichiamo che noi siamo consolati e liberati a prezzo della lacerazione del profeta che ci annuncia la salvezza a partire dal suo dolore.

Amen

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