La morte del prossimo

di MARCO GARAU

La scelta per la consueta riflessione domenicale è ricaduta su un testo assai noto, ma anche centrale e imprescindibile nella storia della teologia cristiana. Avrei potuto condividere con voi la riflessione su qualche tema o episodio biblico meno noto. E di questo mi scuso.  Ma i tempi che stiamo vivendo inevitabilmente mi hanno portato a ragionare una volta di più su questo passo della Bibbia così denso e così carico di riflessioni sul presente. Questo presente. Non mi soffermo a ricordare i tanti fatti traumatici cui ci è dato di assistere quotidianamente. Al punto che i telegiornali o le pagine online dei quotidiani sono diventati degli autentici musei degli orrori. Non intendo sostenere che la violenza dei decenni passati fosse meno grave di quella attuale. Ma forse possiamo essere d’accordo su un fatto: la violenza di questi tempi così irrazionale, così priva di giustificazioni ideologiche, così “di pancia”, assuma un aspetto assai più inquietante di quella passata. Non parlo evidentemente solo delle guerre disumane cui stiamo assistendo, ma anche di quella violenza, figlia di un odio cieco divenuto ormai incontenibile, che registriamo nelle strade delle nostre città. La morte del prossimo si intitola un eccellente libro pubblicato di recente e che meriterebbe di essere letto. L’insofferenza verso il prossimo è diventata così pervasiva da distruggere quasi ogni forma di relazione umana. Talvolta entra persino nelle case e nelle vite dei normali cittadini e le sovverte.

Quella di oggi è soprattutto anche una violenza che si intreccia indissolubilmente al tema identitario. O meglio una violenza che trova giustificazioni nel tema identitario. Tutto ciò che minaccia o sembra minacciare l’identità del singolo, del gruppo, del popolo viene stigmatizzato come pericolo da eliminare. L’Altro è ridotto ad oggetto, ad una condizione di subumanità che giustifica e tollera anche le forme estreme di violenza.

Vorrei allora iniziare la nostra riflessione a partire da un’affermazione contenuta nel saggio scritto dallo psicanalista Massimo Recalcati che ha appunto per titolo Il gesto di Caino. Dice Recalcati: “L’evento primordiale che inaugura la storia universale dell’umanità è dunque quello del fratricidio. Il fratello non viene amato ma ucciso”

Che cosa oggi possa poi aver prodotto questo regresso culturale è tutto da capire. Queste affermazioni, questo modo di pensare il mondo e l’Altro, le sentiamo tutti giorni. Eppure quello che spaventa di più non è tanto lo sfogo, la reazione di pancia, ma la teorizzazione agghiacciante di tale visione. Erano pagine di storia che pensavamo di non dover più rivivere, o meglio di doverle solamente studiare sui manuali di storia e interiorizzarle, non fosse altro che per evitare una loro riproposizione. Invece no. Il copione si ripete, fatte naturalmente le debite differenze.

Veniamo dunque al nostro testo. La scena è nota. Tanto Caino, quanto Abele, fanno la loro offerta a Dio e presentano il meglio del loro lavoro: Caino offre i migliori frutti che la terra con il suo lavoro ha prodotto, Abele i migliori prodotti che il gregge, con la sua cura assidua, ha prodotto. A questo punto abbiamo il culmine del racconto, ciò che narrativamente mette in moto la vicenda: Dio gradisce di più l’offerta di Abele. Non ci viene detto né il perché, né il come questa preferenza di Dio si manifesta. L’irritazione che si fa strada nell’animo di Caino è però tale da produrre un rancore sordo che gli deforma il viso. È da questo rifiuto di Dio che si genera la ferita narcisistica da cui scaturisce il gesto di Caino. La mano di Caino si alza su Abele solo dopo che il Signore ha mostrato di preferire i doni di suo fratello ai propri. Dio guarda con apprensione il rancore che si fa strada nel cuore di Caino. Vede l’odio montare ma lascia a Caino la libertà di agire. Dio parla a Caino, lo mette in guardia dalle possibili conseguenze che quell’odio che deforma il viso potrebbe produrre. Tra le tante traduzioni che sono state fatte dell’originale ebraico ce n’è una particolarmente efficace sotto il profilo emotivo: “Non è forse il peccato accovacciato come una bestia alla porta?”. Per l’autore biblico il peccato ruggisce nell’animo dell’individuo ma si può ancora dominare. Il fatto che Dio parli con Caino sta ad indicare che non ha rigettato Caino, ma che ha preferito, sulla scorta di una sua logica imperscrutabile, l’offerta di Abele. Ma l’uomo è responsabile delle proprie azioni e ha sempre gli strumenti per dominare gli istinti di morte. Eppure nell’immagine della bestia accovacciata il testo biblico metaforicamente ci parla, come ricorda Massimo Recalcati, del carattere perverso e narcisistico del desiderio umano, di una spinta irrefrenabile a distruggere l’alterità del proprio simile, specie quando minaccia di offuscare il suo ego. Una precisazione storica ci aiuta a capire la logica del gesto di Caino. Secondo una legge ebraica che il racconto mitico sottolinea, Caino in quanto primogenito avrebbe avuto diritto al primo posto: il diritto ad una progenie maschile cui trasmettere il nome, diritti sulla proprietà immobiliare, il diritto ad essere in sostanza sempre il primo. Perché dunque Dio distoglie lo sguardo dalla sua offerta? Perché Dio sembra volergli negare la sua primogenitura? Prima ho parlato di scelta imperscrutabile di Dio, ma Gesù non ha forse detto “gli ultimi saranno i primi?”. Ma Caino è lontano dal concepire una logica nuova e rigenerante come quella del rovesciamento delle consuetudini, così come Dio la propone. Egli vuole soltanto salvaguardare il suo diritto di primogenitura. Ancora Recalcati afferma: “La sua vita di figlio unico si è dovuta confrontare con l’intrusione traumatica di Abele; e quando il suo narcisismo ferito sbatte contro lo spigolo del giudizio di Dio, allora si scatena la furia omicida. Il suo gesto vuole colpire chi è considerato la radice della sua caduta. Il fratello non è percepito come tale, non è degno di amore, ma solo di odio”.

Anche oggi registriamo la pericolosa soppressione della parola all’interno della relazione con l’altro. Nessuna parola, nessun dialogo. E non c’è nessun dialogo, perché non c’è più nessun ascolto, nessuna interlocuzione. Questo è il terreno da cui germoglia oggi l’odio che sta paralizzando i rapporti tra gli stati, tra le fedi, tra gli individui e che rischia (non l’avremmo mai detto solo quarant’anni fa) di portare alla dissoluzione del mondo come lo abbiamo conosciuto.

Siamo di fronte ad un individuo che presume di bastare a se stesso e che si è abbondantemente dimenticato che in verità egli può esistere solo all’interno di una relazione. L’ossessione, a tratti patologica, dei selfie può essere una spia di questa condizione. L’obbiettivo è costantemente rivolto non verso il mondo, ma verso il soggetto che di questo mondo pretenderebbe di essere il perno. L’origine dell’odio invidioso sta tutta nel senso di ripiegamento dell’individuo su stesso, nella passione narcisistica per il proprio Io. Questo è l’homo incurvatus, di cui parlava Lutero. L’uomo ripiegato su se stesso, che fa la sua persona oggetto finale ed ultimo e l’idolo della sua vita. Il peccato per il riformatore tedesco è sempre porre se stesso al posto di Dio. Un aggrapparsi tenacemente alla sua presunta primogenitura.

Al versetto 9 Dio pone a Caino la domanda provocatoria “Dov’è tuo fratello?” ma non è un atto d’accusa simulato; al contrario è l’ennesima mano tesa da parte del Signore, è una forma d’aiuto, è la possibilità per Caino di rispondere onestamente confessando il proprio peccato. Perché è dal riconoscimento del proprio errore che parte la riconciliazione, anche a delitto avvenuto. La risposta sprezzante di Caino dimostra invece l’indurimento del cuore umano, l’avvitamento orgoglioso intorno al proprio peccato. Caino ad un certo punto è messo davanti al riconoscimento del proprio gesto, alla consapevolezza della propria colpa. Dal punto di vista umano non c’è possibilità di perdono o riparazione per quello che è stato fatto. Ma dal punto di vista di Dio le cose stanno in termini diversi. Dio non punisce subito Caino per il fratricidio commesso, ma vuole parlare ancora una volta con lui. “Dov’è tuo fratello?”. Sotto il profilo teologico c’è continuità tra il peccato di Adamo e quello di Caino, ma nel senso di un progressivo indurimento del cuore umano. La malvagità cresce di intensità e la storia degli uomini avvia i suoi primi passi proprio sotto il segno del sangue. Eppure, tale confessione di peccato, tale occasione mancata, avrebbe potuto essere anche il primo atto di un nuovo cammino di vita. Ricordiamo le parole tante volte citate del profeta Isaia. “Imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova! Poi venite, e discutiamo», dice il Signore; «anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana”. Per Dio non ci sono porte chiuse definitivamente. Non si tratta tanto di rispondere a un giudizio morale, ma di assumere le conseguenze del proprio atto. Ma senza questa assunzione singolare di responsabilità non c’è accesso alla vita etica.

Per la psicanalisi l’odio sorge al posto di un lutto non elaborato. Un lutto, una perdita. Nel caso del nostro testo il lutto è per Caino aver perso la posizione di favorito, di primogenito agli occhi di Dio e agli occhi della madre. E poiché non è possibile accusare Dio, perché sarebbe blasfemia, è più facile convogliare verso un capro espiatorio tutta la rabbia generata all’interno. Ѐ un meccanismo proiettivo che serve ad aggirare il dolore della perdita. Esattamente come all’interno di una relazione sentimentale: quando non si è capaci di sopportare la perdita dell’oggetto amato, si preferisce eliminarlo piuttostochè elaborare il lutto della perdita. Oppure di fronte al massacro di un attentato terroristico, all’individuazione dei responsabili è preferibile l’eliminazione fisica di un’intera popolazione: la vittima sacrificale.

Il primo atto dell’uomo fuori dal giardino dell’Eden è quello della violenza fratricida. La riflessione sul nostro brano può partire da tale constatazione: il racconto biblico non indietreggia davanti al fatto che l’odio è una inclinazione primaria dell’umano. Abbiamo sentito dire tante volte che l’essere umano è costantemente bisognoso della Grazia e del perdono di Dio. Questo perché l’uomo non vive per amare il suo prossimo. Abele è per Caino innanzitutto un intruso. Intruso. Proprio il termine che metaforicamente stigmatizza questo nostro tempo. Intruso, corpo estraneo. Caino prova invidia Caino per essere passato in secondo piano agli occhi di Dio. Se per il filosofo medievale Tommaso d’Aquino l’invidia è “tristezza per i beni altrui”, per Recalcati “al fondo del sentimento invidioso è piuttosto la vita dell’Altro, la pienezza, la ricchezza, l’alterità della vita dell’Altro”. L’invidioso è tale non a causa dei beni dell’Altro, ma a causa della pienezza di vita dell’Altro. Paradossalmente si potrebbe essere invidiosi anche della povertà materiale dell’Altro, se mai in essa si dovesse trovare pienezza di vita. Nel caso di Abele la pienezza di vita è data dalla relazione profonda con Dio; dalla sua accettazione agli occhi di Dio. La spinta narcisistica di Caino, ossessivamente ripiegato su se stesso, la non accettazione di essere “secondo”, lo porta a sollevare la mano armata contro il fratello.

Ma quando Gesù muore sulla croce, nello stesso istante la cortina del tempio si lacera, la distanza tra Dio e l’uomo è colmata, niente rende più impossibile l’incontro tra Dio e i suoi figli. La promessa è che, con il sacrificio di Gesù, c’è pienezza di vita per tutti. All’uomo è chiesto però di superare la sua naturale ritrosia a riconoscersi peccatore. Dobbiamo silenziare la voce di Caino che risuona in ogni individuo, affinché si possa lasciare spazio alla voce di Dio, che spesso è flebile come il suono del flauto.

Soltanto dopo la dura risposta di Caino Dio pronuncia il suo giudizio. Una tale enormità non può rimanere impunita: il peccato va espiato. Grande è il peccato, grande sarà la pena. Caino deve abbandonare il paese perché quella terra che ha ricevuto il sangue del fratello non può tollerare che l’omicida vi risieda oltre. Caino vivrà per sempre da fuggiasco, senza dimora stabile. La terra non produrrà più come prima. Cosa capisce Caino, anche se tardivamente? Quella terra che aveva sempre risposto con abbondanza e generosità al suo lavoro è destinata a divenire arida, a non dare più frutti. Dalla violenza non si genera che morte e distruzione, sterilità e disperazione. La terra è stata infestata dal sangue del fratello ucciso. Ma capisce anche che una vita lontano da Dio è una vita che Dio non protegge più. Da qui la consapevolezza piena d’angoscia di non potersi sentire al sicuro da nessuna parte. L’eliminazione del fratello è per lui simbolicamente anche la rottura di ogni relazione con tutti gli altri vicini da cui si sentirà sempre minacciato di morte. Il segno che Dio gli ha apposto e che porterà perpetuamente sopra di sé indica che il male prodotto non può essere dimenticato; la grazia non può essere a buon mercato. Ma Dio non abbandona Caino, nonostante tutto. Dice Gerhard Von Rad, uno dei più acuti commentatori della Genesi: “Caino è colpito dalla maledizione della lontananza di Dio e insieme incomprensibilmente custodito e assistito dalla divina protezione”.

Come ricondurre alla nostra attualità politica, sociale, psicologica le parole del testo biblico? Come lasciar risuonare nelle nostre vite l’eco del testo? Non essere l’unico non significa non avere valore. Al contrario, Dio lo esorta a tenere il proprio volto in alto, lo invita ad «agire bene» (Gn 4:7). Tenere il proprio volto in alto, guardare alla promessa, fiduciosi nel fatto che un cambiamento, nel nome della fedeltà di Dio, sia possibile. Ma non sempre, evidentemente, ci si pone il problema di “agire bene”. Caino non viene né ucciso né punito da Dio. Nessuno può toccare Caino per ucciderlo. La storia dell’umanità può avere inizio ma a patto che l’uomo sappia assumere le conseguenze dei propri atti. Solo così la sua vita sarà eticamente generativa. Non solo dal bene nasce il bene, ma anche dal male può nascere il bene.

Un romanziere franco-libanese, Amin Maalouf, ha scritto un saggio sul confronto tra i popoli, tra le loro identità culturali e religiose. Il titolo italiano è semplicemente Le identità. Ma quello originale, in lingua francese, suona in maniera diversa, più chiara, almeno ai fini della nostra riflessione: Les identités meurtières, ovvero “identità assassine”, che uccidono. Perché se le nostre identità di appartenenza sono troppo forti, chiuse ermeticamente in se stesse, se sono concepite in modo tale da escludere automaticamente l’Altro allora, prima o poi, potranno anche uccidere. La filosofa Maura Gancitano ha recentemente fatto questa affermazione: “Dobbiamo invece capire che siamo interdipendenti dagli altri e che non perdo il mio io quando mi relaziono con gli altri”. Là dove manca la cultura del dialogo, là ci sono allora le atrocità di cui ci sembra impossibile scorgere il senso e la ragione. L’ottica dalla quale ci si deve porre per almeno cercare di capire, è solo quella che si può avere stando ai piedi della croce. Ci si domanda, talvolta ingenuamente, il perché di tanta violenza. Perché la guerra, ancora una volta. Quasi mai si fa l’autocritica. Ci si dovrebbe domandare piuttosto “Perché sono rimasto in silenzio?” “Perché mi sono girato dall’altra parte rifiutandomi di vedere?” Dov’è Abele, tuo fratello?  Abbiamo detto: “Non lo so; sono io forse il guardiano di mio fratello?”. Ѐ proprio questo il problema. Non essere più il custode del proprio fratello. Prima gli europei. Prima il mondo cristiano occidentale. Prima gli italiani. Prima noi. Prima me.

Ѐ difficile ritrovare in tutte queste espressioni qualcosa che si avvicini, anche solo lontanamente, al senso profondo delle parole di Gesù: “In verità vi dico che in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me” (Matteo 25, 45).

In conclusione, non possiamo comprendere l’episodio del gesto fratricida di Caino se non lo leggiamo alla luce della sua seconda parte del racconto. Ѐ l’intervento di Dio che cambia le cose. Frantuma il fondamentalismo di Caino che voleva ridurre il suo mondo all’Uno-tutto: Dio – madre – Sé. Ma offre anche una opportunità di rinascita e indica un percorso di rigenerazione. Caino deve uscire dalle catene che lo tengono legato al suo Io, se vuole sperare nella ricostruzione e nella vita. La moglie ed il figlio Enoc rappresentano il primo passo del lungo cammino verso l’Altro.  La comunità di credenti è parte attiva in questo lavoro di ricostruzione oggi più che mai. Possiamo continuare a fare ciò che ci è stato insegnato dai testimoni della fede che ci hanno preceduti: confidare nella Parola e nella fedeltà di Dio al suo progetto di amore verso il mondo; sollevare la nostra voce anche in mezzo al frastuono della guerra; dire con fermezza che l’unica strada percorribile è l’amore per il prossimo, la condivisione, il perdono. La nostra società contemporanea non si salverà se non saprà riscoprire la responsabilità etica verso il fratello.

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