La festa dell’Albero

Di ELIZABETH GREEN

Questa sera si terrà la festa dell’albero e poiché di solito la si celebra all’Epifania, l’albero in questione sarebbe l’abete. L’usanza dell’albero di Natale ha radici precristiane ed è arrivato da noi dal nord Europa. Oggi, però, vorremmo riflettere sugli alberi nelle scritture, molto importanti per l’antico Israele, in quanto producevano frutto da mangiare e legname per le case. Nella Bibbia, la vite, l’ulivo e il fico sono tutti simboli di Israele e spesse volte la sorte degli alberi rispecchiava la sorte del popolo, indicando la presenza o l’assenza di Dio.

Prendiamo per esempio il canto della vigna che abbiamo letto in Isaia.

È una storia di creazione (la vigna viene piantata, protetta, curata) e di distruzione (vengono tolte le siepi e i muretti, la vigna viene calpestata e diventa un deserto). Perché accade questo? Perché la vigna ha deluso le aspettative di chi l’aveva piantata. Per ben due volte si legge: Egli si aspettava che facesse uva, invece fece uva selvatica”. E se non lo avessimo capito: ecco cosa significa “egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia”. Una vigna potenzialmente fertile diventa un deserto, il Signore lo abbandona.

Questa storia, di creazione e cura, da una parte, di distruzione e abbandono, dall’altra, ne racconta un’altra, questa volta di salvezza e di giudizio. Isaia non la racconta una volta sola ma la ripete molte volte lungo tutto il libro, salvezza, giudizio, e poi di nuovo salvezza. Perciò al capitolo 32 si legge:

Sulla terra del mio popolo, cresceranno pruni e rovi; sì, su tutte le case di piacere della gaia città. 14 Il palazzo infatti sarà abbandonato, la città rumorosa sarà resa deserta, la collina e la torre saranno per sempre ridotte in caverne, in luogo di spasso per gli onagri e di pascolo per greggi, 15 finché su di noi sia sparso lo Spirito dall’alto e il deserto divenga un frutteto, e il frutteto sia considerato come una foresta.

In questo caso il deserto diventa un frutteto, e il frutteto è considerato come una foresta. Quali alberi cresceranno in questo frutteto? Il profeta spiega

Allora la rettitudine abiterà nel deserto, e la giustizia abiterà nel frutteto. 17 L’opera della giustizia sarà la pace e l’azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre.

Proprio lo stesso frutto che il Signore si aspettava dalla vigna! Rettitudine, giustizia e pace.

Il NT, invece, si interessa poco agli alberi. Si limita ad informarci che prima di incontrare Gesù, Natanaele stava sotto il fico e che Zaccheo si era arrampicato sul sicomoro per vedere Gesù. Ma forse l’episodio che più ci colpisce è del fico seccato che abbiamo letto.

Non è un brano che a primo acchito ci attrae. Che Gesù maledica un albero solo perché non vi ci ha trovato dei frutti, non quadra con l’idea di Gesù che ci siamo fatti. Eppure, Gesù lo ha fatto seccare fino alle radici. È un’azione decisamente simbolica, cioè qualcosa che Gesù ha fatto davvero, tant’è che ha suscitato la meraviglia dei discepoli: “Maestro, vedi, il fico che tu maledicesti, è seccato”. Allo stesso tempo, però, il senso del suo gesto può solo essere compreso a partire dal messaggio di Isaia, l’albero che non porta il frutto per il quale è stato creato viene abbandonato e cade in rovina.

Che sia una storia di giudizio è evidente dal fatto che Marco ha inserito nel racconto del fico un altro episodio. Dopo che Gesù abbia detto all’albero “Nessuno mangi mai più in perpetuo frutto da te”, leggiamo che “vennero a Gerusalemme, e Gesù entrarono nel tempio, prese a cacciarne coloro che vendevano e comperavano nel tempio”. Diventa chiaro che l’attività che si svolgeva nel tempio, cambiando monete e vendendo colombe non rispecchiava affatto le finalità del luogo. In altre parole, il tempio stava producendo del frutto ma non il frutto per il quale era stato costruito.

Attraverso la sua azione e insegnamento, Gesù rivolge almeno due critiche al tempio: Prima, invece di essere una casa di preghiera, era diventata una spelonca di ladroni, ovvero un luogo che nascondeva commercio disonesto, guadagno e profitto. Il tempio era diventato un luogo in cui, Invece di avvicinarsi a Dio, gli uomini rubavano gli uni agli altri ingannandosi a vicenda. Poi, invece di essere per “tutte le genti”, la parte principale del tempio era aperta solo agli uomini di Israele. In altre parole, invece di essere un luogo inclusivo di tutti e di tutte le genti il tempio era un luogo esclusivo di molte. In altre parole, “egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia”.

Alle chiese è comodo leggere questo brano come un giudizio su Israele.

Infatti, da lì a poco lo stesso tempio sarebbe andato distrutto come era distrutto la vigna del Signore. Ricordiamoci, però che il messaggio di Isaia, ripetuto lungo tutto il libro, salvezza, giudizio, salvezza è rivolto non solo a Israele ma a tutte le nazioni. Il punto è questo, il fico che viene seccato, il tempio che viene purificato siamo noi, rappresentano tutti luoghi in cui la finalità della fede è stata pervertita, le chiese che includono alcuni e escludono altri, che fanno la guerra tra di loro, che si preoccupano del proprio potere e guadagno. Eppure, Isaia ci ricorda

17 L’opera della giustizia sarà la pace e l’azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre. 18 Il mio popolo abiterà in un territorio di pace, in abitazioni sicure, in quieti luoghi di riposo.

Ecco le chiese sono queste? Un territorio di pace, abitazioni sicure, luoghi di riposo? O sono luoghi di conflitto, di rivalità, di rivincita?

Ma torniamo, insieme a Marco, al nostro albero. Perché “quando fu sera, uscirono dalla città, e la mattina, passando, videro il fico seccato dalle radici”. I discepoli sono meravigliati e turbati. E sicuramente si stanno chiedendo, se questa è la sorte di un fico che non porta frutto, noi che speranze abbiamo? A questo punto il discorso cambia registro. È come se Gesù dicesse, un miracolo di questo genere – far seccare un albero dalla mattina alla sera – lo si può compiere solo avendo fede e esercitando la preghiera (v. 23). Ma il miracolo che ci viene richiesto non è certamente quello di andare in giro distruggendo gli alberi. Il miracolo che ci viene richiesto è di fare ciò che l’albero non aveva fatto, e per il quale era stato creato, ossia produrre dei frutti.

Come possiamo produrre i frutti che Dio si aspetta da noi? Come possiamo essere l’albero di cui parla il salmista: “piantato presso a rivi d’acqua, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e la cui fronda non appassisce; e tutto quello che fa, prosperà”. Come possiamo creare comunità aperte in cui abbonda la tranquillità e la pace, la giustizia e la sicurezza?

Il vangelo di Giovanni risponde a questa domanda presentando Gesù come la vite e coloro che credono in lui come i tralci, “colui che dimora in me e nel quale io dimoro porta molto frutto”. Marco indica la preghiera come modalità di dimorare in lui (v.24), non per compiere gesti che destano stupore ma per permettere che Dio faccia crescere in noi il frutto dello Spirito: amore, allegrezza, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, temperanza.

E ora arriviamo alla festa dell’albero. L’albero di Natale non è né il fico né la vite bensì l’abete. In altre parole, è un albero sempre verde, un albero vitale che passa attraverso le stagioni senza cambiamenti apparenti. Testimonia, possiamo dire della costanza e cura di Dio nei nostri confronti. L’abete, però, diventa un albero di Natale solo nel momento in cui viene addobbato con nastri colorati, candele, e soprattutto palline colorate. Ce cosa rappresentano? Il frutto dell’albero. I fichi, le mele, i melograni, che l’albero è in grado di produrre fuori stagione..

L’albero di Natale è come il fico del vangelo. Esso aveva delle foglie ma non aveva dei fichi perché non era la stagione. Addobbando l’albero di Natale in pieno inverno ci ricordiamo che il frutto che siamo stati piantati per produrre: pace e giustizia, giustizia e pace non hanno stagione. Crescono tutto l’anno se rimaniamo vicini a Dio in preghiera, se lasciamo che la linfa vitale dello Spirito scorra in noi per produrre il suo frutto. In altre parole, l’albero di Natale (che non so se oggi ci sarà in chiesa) ci ricorda l’albero come lo descrive Isaia, segno della presenza di Dio, perché:

14 Il palazzo infatti sarà abbandonato, la città rumorosa sarà resa deserta, la collina e la torre saranno per sempre ridotte in caverne, in luogo di spasso per gli onagri e di pascolo per greggi, 15 finché su di noi sia sparso lo Spirito dall’alto e il deserto divenga un frutteto, e il frutteto sia considerato come una foresta.

Che ciascuno e ciascuna di noi diventi un albero che dà frutto in modo che il deserto del nostro mondo, il deserto dei tempi e delle chiese diventi un frutteto e il frutteto sia considerato una foresta. Amen

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