Io sono colui che sono

di SIMONETTA ANGIOLILLO

1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 2 L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. 9 E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele».
11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”». 15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.
Esodo 3, 1-15

 

Alcune domeniche fa, guidati dal pastore Duran, abbiamo riflettuto sul silenzio di Dio. Stamattina vorrei invece che ci soffermassimo sulla presenza di Dio, sul suo esserci per noi. E quindi vi propongo di meditare su quella che è la storia più importante del popolo d’Israele, la sua liberazione dall’Egitto.

Pur trattandosi di un racconto molto noto, ripercorriamolo brevemente.

Gli Ebrei, arrivati in Egitto spinti dalla carestia quando Giuseppe era viceré, nel corso dei decenni si erano talmente bene inseriti nella nazione ed erano diventati tanto numerosi da suscitare la paura del faraone che quindi li ridusse in schiavitù e ordinò di uccidere tutti i loro neonati maschi. Ma le levatrici Sifra e Pua trasgrediscono all’ordine e così viene salvato anche Mosè, fortunosamente trovato dalla figlia del faraone e da lei adottato. Diventato adulto, Mosè si mette subito nei guai uccidendo un sorvegliante egiziano che aveva percosso un Ebreo; quindi scappa e si rifugia nel paese di Madian, dove sposa una figlia del sacerdote locale. Nel frattempo la condizione degli Ebrei diventa sempre più drammatica; Dio “ne ha compassione” e, nascosto nel pruno ardente, chiama Mosè e gli ordina di andare dal faraone a chiedere di far uscire il suo popolo dall’Egitto. Mosè tenta invano di resistere, poi chiede a Dio il suo nome per poterlo dire al faraone e ai suoi compagni ebrei e Dio gli risponde “Io sono colui che sono”. Mosè ubbidisce, incontra naturalmente l’opposizione del faraone, che si convince solo dopo che il Signore ha mandato le dieci piaghe. Gli Ebrei partono, subito inseguiti dagli Egiziani perché il faraone cambia immediatamente idea; con il passaggio del Mar Rosso e la chiusura delle acque che rovinano addosso agli Egiziani, gli Ebrei sono salvi e glorificano il Signore. Ma poi comincia la lunga traversata del deserto, con tutti i disagi (mancanza di acqua, mancanza di pane), che suscitano il malcontento del popolo, nonostante i continui interventi di Dio in suo aiuto. E quando Mosè viene chiamato da Dio sul monte Sinai per ricevere i Dieci comandamenti, il popolo si sente abbandonato e si costruisce il vitello d’oro, al quale attribuisce il merito della propria salvezza “questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!” dice infatti, rivolto alla statua (Es. 32, 4). Di fronte a ciò, Dio si adira e minaccia di distruggere tutto il popolo tranne Mosè, ma questi lo supplica di ripensarci e discute con lui finché “il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo”. Mosè torna quindi sul Sinai per ricevere una seconda versione delle tavole della legge perché, irato con il suo popolo, aveva spezzato le prime che aveva ricevuto. E Dio lo accoglie, rinnova il patto con Israele, e proclama di nuovo il suo nome “… e gridò Il Signore! Il Signore! Il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato, ma non terrà il colpevole per innocente ..”  (Es. 34, 6-7)

È una storia, quella della lunga, a volte drammatica, fuga nel deserto, che sentiamo tragicamente attuale e che è densa di contenuti importanti.

Innanzitutto, dichiarando il proprio nome, Dio afferma la sua presenza nella nostra vita: “Dio disse a Mosè Io sono colui che sono. Poi disse: Dirai così ai figli d’Israele: L’io sono mi ha mandato da voi” e poi continua “Dirai così ai figli d’Israele: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Cioè Dio si rivela a Mosè come presenza (Io sono colui che sono, Io ci sono, sono presente nella vostra vita) e come relazione con gli uomini (il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe). Più avanti, quando rinnova il patto con Israele, dopo l’episodio del vitello d’oro, aggiungerà altri elementi che caratterizzano la sua figura: misericordia, pietà e giustizia.

Dio non agisce da solo. “I figli d’Israele gemevano a causa della schiavitù … Dio udì i loro gemiti … Dio vide i figli d’Israele e ne ebbe compassione …”  Allora chiama Mosè e gli affida il compito di far uscire dall’Egitto i figli d’Israele. Da allora in poi, i protagonisti della vicenda saranno Dio, che interviene con eventi soprannaturali (le piaghe, la divisione delle acque, la manna …), Mosè che Dio ha scelto per guidare il popolo, aiutato da Aronne, e il popolo che segue Mosè nel deserto in un viaggio pieno di incognite, ma poi non è capace di credere fino in fondo, si lamenta e si solleva contro Mosè, e alla sua prima assenza, dopo averlo rassicurato “Noi faremo tutte le cose che il Signore ha detto” (Es. 24, 3), si ribella e costruisce il vitello d’oro.

In questo racconto manca però un altro protagonista, anzi una protagonista. Le donne hanno un ruolo fondamentale in tutta la storia, ma solo all’inizio: sono le due levatrici Sifra e Pua, che “temettero Dio”, e contravvengono all’ordine del faraone di uccidere tutti i neonati maschi, e sono la madre di Mosè che nasconde nel canneto la cesta con il piccolo e Miriam, la sorellina, che, possiamo pensare istruita dalla madre, si mette a sorvegliare la cesta e interviene non appena la figlia del faraone scopre il bambino, andando a chiamare una balia. E di questo gruppo di donne decisive per il mantenimento in vita di Mosè, e dunque per lo svolgersi della storia della liberazione dall’Egitto del popolo d’Israele, fa parte anche la figlia del faraone, che “vide il bambino: ed ecco il piccino piangeva; ne ebbe compassione e disse: Questo è uno dei figli degli Ebrei”. Lo affida alla balia, che in realtà è la madre del bambino; e questa “quando il bambino fu cresciuto, lo portò alla figlia del faraone, ed egli fu per lei come un figlio, ed ella lo chiamò Mosè”. Quindi quella di adottare il bambino abbandonato è una sua decisione consapevole, perché la principessa sa benissimo che si tratta di uno di quei neonati di cui il padre aveva ordinato l’uccisione.

Nelle fasi successive della storia, liberazione, fuga dall’Egitto, traversata del deserto, le donne scompaiono, tranne un breve cenno a Miriam che guida le compagne nelle danze, cantando “Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere” (Es. 15, 20). Dunque, secondo la narrazione dell’Esodo, per liberare gli Ebrei Dio si serve solo di Mosè, con l’aiuto di Aronne, che però poi aiuta il popolo a costruire il vitello d’oro. Una situazione diversa lascia solo intravedere il libro di Numeri, che riporta il tentativo di Aronne e Miriam di rivendicare un proprio ruolo nella liberazione di Israele; leggiamo “Maria e Aaronne parlarono contro Mosè … e dissero: ‘Il Signore ha parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?’ A sentire queste parole il Signore si adira, ma la sua ira si volge solo contro Miriam che viene colpita dalla lebbra e deve restare, isolata, fuori dell’accampamento per sette giorni. Eppure, “il popolo non si mise in cammino finché Maria non fu riammessa nell’accampamento” (Num. 12, 1-5), e questo fatto ci fa intuire che per il popolo d’Israele Miriam avesse un ruolo di una certa rilevanza, che quindi la situazione potesse essere un po’ diversa da come descritta nell’Esodo. Lo scenario cambia però sorprendentemente nel libro del profeta Michea, dove Dio stesso esclama (Mich. 6, 4): “Sono io … che ti ho condotto fuori dal paese d’Egitto, ti ho liberato dalla casa di schiavitù, ho mandato avanti a te Mosè, Aronne e Maria”. Evidentemente per gli autori di Esodo e di Numeri (ma anche Salmi 77, 20) era impensabile che Dio si fosse rivolto anche a una donna per guidare il suo popolo fuori dalla schiavitù, quindi fanno scomparire la notizia, per noi importante, della responsabilità che Miriam aveva condiviso con Mosè nella fuga dall’Egitto. Il massimo riconoscimento che Miriam può avere è quello di essere una profetessa e viene rappresentata mentre guida le donne nel canto e nelle danze. Questo fatto ci ricorda che la lettura del testo biblico è resa più difficile per noi dai condizionamenti culturali che di volta in volta hanno pesato sui diversi autori, e che quindi dobbiamo imparare a leggere le Scritture non solo per quello che ci dicono, ma anche per quello che ci tacciono. 

L’importanza, la centralità della liberazione dalla schiavitù in Egitto sono dimostrati dall’insistenza con la quale il popolo d’Israele è esortato a ricordarla. Nel libro del Deuteronomio l’esortazione torna di continuo: a proposito dell’anno di remissione [in occasione del quale il creditore non esigerà il suo credito e il padrone lascerà libero il suo schiavo (Deut. 15,15)], a proposito della celebrazione della Pasqua (Deut.16,3), a proposito del dono delle primizie (Deut. 26,5-9) e negli stessi comandamenti: nel Prologo (Deut. 5,6: Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù) e nel quarto comandamento: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il Signore, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo” (Deut. 5,15). In tutti questi passi, tranne che nei Comandamenti, il ricordo al quale Israele è chiamato non è mai fine a sé stesso: rammentare quello che Dio ha fatto per il suo popolo costituisce la premessa necessaria per un’azione rivolta agli altri, cancellare i debiti, liberare lo schiavo, donare le primizie.

       L’invito non è rivolto solo alla generazione di Mosè, bensì a tutte e tutti noi: tutti e tutte dobbiamo ricordare che siamo stati “chiamati a libertà”, come dice Paolo (Gal. 5,13). Ma l’evento dell’Esodo avviene in un preciso contesto storico, Dio libera il suo popolo da una reale situazione di maltrattamenti, servitù, umiliazione (Deut. 26,5-9) e lo fa servendosi dell’azione umana. È Mosè, come abbiamo visto insieme ad Aronne e Miriam, che tratta con il faraone, che guida il suo popolo. E anche per noi, oggi, l’invito a ricordare implica l’impegno a continuare a liberare; noi che siamo stati liberati dobbiamo diventare a nostra volta agenti di liberazione, dobbiamo lottare per liberare noi stessi e gli altri, uomini e donne, dal nostro Egitto, dalle tante cose piccole e dalle molte grandi che opprimono e fanno viver male, sia in una dimensione individuale, come singole e singoli individui, che in una dimensione collettiva, di tutta la società. È un impegno che ci spaventa, proprio come spaventava Mosè, ma ci rassicura un racconto chassidico [i hassidim (movimento sorto nel 1700 nell’Europa orientale all’interno dell’ebraismo) rispondevano alla frustrazione prodotta dall’attesa messianica con l’invito ad accettare la vita così come si manifesta, nell’intento di spingere l’uomo a una vita di fervore]: prima della sua fine rabbi Sussja disse: “Nel mondo venturo non mi si domanderà: perché non sei stato Mosé? però mi si chiederà: perché non sei stato Sussja?”: non siamo chiamati a fare cose impossibili, siamo chiamati a fare quello che possiamo fare noi, ora. E un altro Se uno viene da te e ti chiede aiuto, non ti viene chiesto di raccomandargli con parole pie “abbi fiducia e affida la tua pena a Dio”, ma devi agire come se non esistesse alcun Dio, come se, in tutto il mondo, ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: tu soltanto.

Il racconto della liberazione dalla schiavitù in Egitto è un racconto molto bello, che ha ispirato generazioni di schiavi alla ricerca della libertà. Ma oggi, di fronte al ripetersi senza sosta di tragedie che colpiscono popoli in fuga dalla guerra, dalla fame, dall’oppressione questo racconto ci sembra irreale. Noi non vediamo l’azione di Dio in loro difesa, ma forse, come ha fatto con Mosè quella notte, il Dio che non riusciamo più a vedere all’opera ci esorta a intervenire noi stessi, senza aspettare il suo aiuto: “Perché gridi a me? Di’ ai figli d’Israele che si mettano in marcia. Alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare e dividilo ..” E poco dopo, quando gli Ebrei si trovano il cammino sbarrato da Amalec, Mosè non grida più al Signore, ma è lui stesso a organizzare le operazioni: manda in campo Giosuè con i suoi compagni a combattere, mentre lui, Aronne e Cur salgono in vetta al colle a pregare, infatti Mosè resta tutto il tempo con le mani alzate in preghiera, aiutato dai compagni quando la stanchezza lo assale, e finché le mani sono sollevate in preghiera, la vittoria arride agli Ebrei. Dio quindi è accanto al suo popolo, anche se non lo vediamo, partecipa alla lotta, ma lascia che sia Mosè a prendere l’iniziativa.

Anche oggi quando i figli di Dio sono inghiottiti dal mare, dobbiamo fare memoria di quella notte; e credere, nonostante tutto, che non spetta alle politiche di morte la parola finale. Perché il Signore è Il Dio misericordioso e pietoso … che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato, ma non terrà il colpevole per innocente, come proclama a Mosè quando rinnova il patto con Israele. Perché, come dice il salmista, La bontà e la verità si sono incontrate / la giustizia e la pace si sono baciate.     

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