Il ricordo e la speranza

di FABRIZIO OPPO

Gv. 14,18-21 e 25-26

1Non vi lascerò orfani; tornerò da voi. 19 Ancora un po’, e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi. 21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui25 Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto.

Il grande problema che ha impegnato la riflessione della prima comunità cristiana è stato quello della presenza del Cristo dopo la Pasqua. Dato che Gesù se n’è andato e non è più visibile in mezzo a noi come possiamo annunciarlo? In che modo è presente colui che è assente?

Il grande annuncio del vangelo di Giovanni che abbiamo appena letto, è che la partenza di Gesù è la condizione del nostro annuncio. Se Gesù non se ne fosse andato noi non avremmo iniziato a ricordarlo, a pensare a lui. Quando era in presenza davanti a noi forse non ci accorgevamo dei legami, delle reti e relazioni in cui la sua persona era intessuta. Guardavamo lui, e la sua presenza spesso oscurava i legami che lo intessevano al mondo. Quel Gesù che è salito al cielo non ci ha quindi abbandonato totalmente perché il suo Spirito è qui ad insegnare e a ricordare le sue parole. Noi possiamo parlare di Gesù perché lo Spirito ce lo ricorda.  E ricordando Gesù lo pensiamo, lo situiamo, scorgiamo gli infiniti fili che lo legavano al mondo alla storia, al passato, alle speranze dell’avvenire. Ricordando e pensando tessiamo anche noi una rete e Gesù ci appare anche più ricco e pieno. Oggi parleremo dunque di ricordo e di memoria, e cercheremo di vedere come il ricordo non è indice di una realtà che a poco a poco sbiadisce e si disperde (non è foglie che il vento invola). Il ricordo è Spirito, tensione, forza e presenza, vero fuoco del mondo.

 

Salmo 77 (Salmo della memoria)

La mia voce sale a Dio e io grido;
la mia voce sale a Dio ed egli mi porge l’orecchio.
2 Nel giorno della mia afflizione ho cercato il Signore;
la mia mano è stata tesa durante la notte senza stancarsi,
l’anima mia ha rifiutato di essere consolata.
3 Mi ricordo di Dio, e gemo;
medito, e il mio spirito è abbattuto. [Pausa]
4 Tu tieni desti gli occhi miei,
sono turbato e non posso parlare.
5 Ripenso ai giorni antichi,
agli anni da lungo tempo trascorsi.
6 Durante la notte mi ricordo dei miei canti;
medito,
e il mio spirito si pone delle domande:
7 «Il Signore ci respinge forse per sempre?
Non mostrerà più la sua bontà?
8 La sua misericordia è venuta a mancare per sempre?
La sua parola ha cessato per ogni generazione?
9 Dio ha forse dimenticato di aver pietà?
Ha egli soffocato nell’ira il suo amore?» [Pausa]
10 Ho detto: «La mia afflizione sta in questo,
che la destra dell’Altissimo è mutata».
11 Io rievocherò i prodigi del SIGNORE;
sì, ricorderò le tue meraviglie antiche,
12 mediterò su tutte le opere tue e ripenserò alle tue gesta.
13 O Dio, le tue vie sono sante;
quale Dio è grande come il nostro Dio?
14 Tu sei il Dio che opera meraviglie;
tu hai fatto conoscere la tua forza tra i popoli.
15 Con il tuo braccio hai riscattato il tuo popolo,
i figli di Giacobbe e di Giuseppe. [Pausa]
16 Le acque ti videro, o Dio;
le acque ti videro e furono spaventate;
anche gli oceani tremarono.
17 Le nubi versarono diluvi d’acqua;
i cieli tuonarono;
e anche le tue saette guizzarono da ogni parte.
18 Il fragore dei tuoni era nel turbine;
i lampi illuminarono il mondo;
la terra fu scossa e tremò.
19 Tu apristi la tua via in mezzo al mare,
i tuoi sentieri in mezzo alle grandi acque
e le tue orme non furono visibili.
20 Tu guidasti il tuo popolo come un gregge,
per mano di Mosè e d’Aaronne.

Ci sono momenti in cui la presenza degli altri non ci aiuta a diventare migliori. Facevo questa considerazione quando negli incontri online organizzati dall’UCEBI in preparazione dell’assemblea di questo autunno, alcuni fratelli e sorelle criticavano l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione, uso della rete e dei computer, perché pensano che i rapporti umani debbano essere sempre reali, fisici, concreti, non virtuali, sempre in presenza. Altrimenti avrebbero perso in autenticità e ricchezza. In queste loro preoccupazioni c’è molto di vero e probabilmente la paura più evidente che essi esprimono è la paura della solitudine. “Si sta soli davanti a uno schermo” è quello che si dice con disapprovazione, intendendo che soli, davanti a uno schermo si è vuoti.

Oggi, di fronte a questo salmo, vorrei cercare di capire se la solitudine sia sempre sinonimo di vuoto o possa invece indicare una ricchezza a cui non pensiamo normalmente quando discutiamo tra noi di queste cose.

Quindi ho letto questo salmo che parla di solitudine nella notte: ho cercato il Signore, la mia mano è stata tesa durante la notte senza stancarsi, l’anima mia ha rifiutato di essere consolata. Mi ricordo di Dio e gemo, medito e il mio spirito è abbattuto.

Qui c’è l’abbattimento della solitudine, lo sconforto. Ma ciò che mi sembra sorprendente è che questo sconforto, questo abbattimento, questa mancanza di Dio non rende inerte l’anima. Una mente inerte, infatti, è come una mente stupida, incapace di pensare e ricordare. Una mente inerte semplicemente si lascia andare a una deprimente amarezza, a una depressione vuota dove non c’è nessuno.

Ma qui no, qui non accade così. Qui c’è la mia solitudine, ma la solitudine non è vuota. Infatti, c’è il ricordo: Mi ricordo di Dio. E questo ricordo non lascia le cose immobili. Lo stesso mio sconforto è messo in moto, lo sconforto si è articolato in immagini e parole. È vero, io gemo, ma perché mi ricordo di lui. Cioè, anche nella lontananza e nell’assenza si apre il desiderio. Si apre col desiderio una dinamica che non ci lascia inerti, e lo spazio che appariva vuoto si riempie.

Il salmo continua con questo tono rammemorante: Ripenso ai giorni antichi, agli anni da lungo tempo trascorsi, durante la notte mi ricordo dei miei canti. E qui gli accenni sono straordinari, il solitario allarga il tempo ai giorni antichi, e riempie lo spazio di acque, di oceani, di nuvole, di tuoni e di lampi, di mari. Altro che vuoto, qui è presente tutto il cosmo. E non è il cosmo che noi dominiamo, con le nostre mani, ma il grande mondo in cui noi stiamo.

E questo ricordo è pensiero, è ricostruzione di vita: io medito e il mio spirito si pone delle domande. Io medito, io penso. E come diceva anche, nell’antichità, il filosofo Socrate, pensare è dialogare con sé stessi, esaminare la vita, farsi domande, cercare risposte, riempire il mondo di immagini, di parole e di persone. Queste immagini di cose, di parole e di persone hanno una funzione essenziale per la costruzione di noi stessi. E il motivo per cui sono così essenziali per noi è che costituiscono un limite per la nostra percezione e per la nostra coscienza. Abbiamo già accennato altre volte alla funzione positiva dei limiti e dei vincoli.

Perché un’immagine di una persona, che può essere a noi vicina o che può anche non esserci più, ci aiuta a crescere ed è per noi come un dono? Perché ci fa sentire dipendenti da lei, perché senza di lei noi non saremmo quello che siamo, perché non ci lascia come siamo, perché ci condiziona, insomma perché ci limita, perché ci segna, perché forma il nostro carattere.

E se ci limita vuol dire che non siamo assoluti, che non possiamo fare quello che vogliamo, che siamo in mezzo a persone, a cose a storie luoghi e tradizioni che sono prima di noi e che ci chiamano, e a cui rispondiamo, in cui siamo, e in mezzo a cui troviamo il nostro posto nel mondo. Umilmente e in modo composto.

E alla fine di queste meditazioni io non sono più quello di prima. E soprattutto, anche se sono solo, non sono in isolamento, anzi sono pronto, così arricchito, a tornare a dialogare con altri esseri umani e ad arricchire gli incontri con loro.

Alcuni autori antichi, molto religiosi, cioè bisognosi di risposte assolute, quando immaginavano Dio lo volevano tanto perfetto, così pieno di sé da essere inerte, soddisfatto del suo stato immobile, che non avrebbe dovuto pensare a niente, altrimenti si sarebbe degradato. E qualcuno, portando il ragionamento all’estremo, pensava che Dio non dovesse pensare nemmeno a sé stesso, perché si sarebbe riflesso, si sarebbe duplicato e da Uno sarebbe diventato Due.

Oggi questo pensiero ci appare un po’ strano. Perché Dio dovrebbe essere uno e solo, solo uno? Noi sappiamo che il Padre riflettendo genera il Figlio e i due, nella loro relazione d’amore generano lo Spirito.

La Trinità è dialogo. Dio in sé stesso accoglie l’altro.

Anche nel salmo di oggi accade qualcosa di simile. Nella mia solitudine, dice, io mi ricordo di un canto, mi ricordo della mia musica, mi ricordo dei giorni felici, dei figli di Giacobbe, dei figli di Giuseppe, di acque, di abissi, di temporali… e dentro di me accade un mondo di cose e di persone.

E così metto radici, prendo posto nel mondo, non sono più assoluto e indipendente, sono con voi, sono in questo spazio, sono in questa storia.

E tutto questo pensare e immaginare, questo creare mondi intessendo relazioni col pensiero, non accade anche in solitudine, ma spesso la solitudine è necessaria perché questa ricchezza accada.

Non è forse vero che quando ci troviamo tra la folla o in una compagnia chiassosa e pressante, spesso cadiamo in angoscia perché ci mancano le parole, ci manca la riflessione, il tempo, il bisogno di essere più soli, in una stanza tutta per sé, dove possiamo aprire mondi e risituarci nel nostro mondo?

Una pensatrice del nostro tempo, Hannah Arendt, che ha molto riflettuto sulla violenza e il male nel mondo, diceva che il male nasce quando non abbiamo più radici. Cioè, spiegava, quando non abbiamo più ricordi e non abbiamo più pensieri. E allora, senza ricordi e senza pensieri siamo senza limiti, ed è un male perché in quel caso non siamo più creature, ma esseri vuoti, nel vuoto, illimitati. E aggiungeva che questo senso di infinito, di mancanza di limiti è ciò che produce in noi la volontà di potenza e la violenza.

Nel salmo che abbiamo letto oggi troviamo la meditazione e il ricordo. Ed è una benedizione perché pensiero e ricordo ci rendono creature finite e limitate. E non c’è più violenza perché non c’è distruzione ma ci sono invece le cose e le persone, anzi c’è il desiderio delle cose e delle persone. Quel desiderio apre a una grande speranza. E la speranza è il contrario dell’onnipotenza e della violenza. Amen

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