Giudizio e riconoscimento

Sermone del 14 gennaio 2024
di FABRIZIO OPPO

Nel suo discorso di fine anno, il 31 dicembre scorso, il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato che secondo la Costituzione i diritti della persona non sono frutto di una legge illuminata, non sono atti politici, voluti cioè dai governanti dello Stato. La nostra Costituzione dice che la Repubblica “riconosce” e garantisce i diritti inviolabili della persona. Che cosa vuol dire qui “riconoscere”? Vuol dire che i diritti fondamentali della persona esistono prima dello Stato. Lo Stato non li produce, lo Stato “prende atto” della loro esistenza ed è a loro servizio.

Ho pensato a queste parole della Costituzione quando in una riunione del nostro studio biblico, Leggendo gli Atti degli Apostoli, abbiamo incontrato la figura di Lidia, una donna che abitava a Filippi quando Paolo, Sila e Timoteo arrivarono in quella città nei loro viaggi missionari. Mi è sembrato che in Lidia si presenti con chiarezza il significato profondo di quest’opera di riconoscimento. Riconoscimento di qualcosa che ci precede, che non deriva da noi, e che anzi ci forma e ci determina. Qualcosa che dobbiamo tutelare e garantire e si presenta a noi come un’autorità. Autorità che richiede di essere riconosciuta.

Vediamo quello che succede, e che è riassunto in un verso solo del brano che abbiamo appena letto. Quello che dice: (Lidia) dopo che fu battezzata con la sua famiglia ci pregò dicendo: «Se avete giudicato che io sia fedele al Signore, entrate in casa mia e alloggiatevi». E ci costrinse ad accettare.

Sono presenti in questo brano tre concetti: giudizio, richiesta, autorevolezza.

Siamo a Filippi, città della Macedonia, a nord della Grecia. La città che deve il suo nome al padre di Alessandro Magno, che si chiamava Filippo, e che la fondò verso la metà del Trecento avanti Cristo. Al tempo dei nostri fatti la città di Filippi era colonia romana.Siamo quindi in Europa, ed è importante ricordarlo perché tra la Grecia continentale e l’Oriente ellenizzato (la zona della Turchia e del Vicino oriente, che veniva chiamata Asia) in quel tempo c’era un confine netto. Paolo e i suoi compagni venivano dall’Asia e decisero di approdare in Europa. Lontano dalla rete di città con sinagoga e riti ebraici. A Filippi non c’è la sinagoga e non vi è traccia di insediamenti ebraici. Lungo la riva di un fiume incontrano Lidia. Lidia è di Tiatiri, una città dell’Asia, al centro della Turchia, era quindi, a Filippi, era una donna straniera, un’immigrata.

È donna, è immigrata, e non è ebrea. Sembra sganciata da tradizioni identitarie.

È capace di ascoltare e grazie alle parole di Paolo il Signore le aprì il cuore, e lei intrecciò un rapporto con Dio fatto di fiducia, di quella fede cioè che la rende una nuova creatura. Chiede il battesimo e lo ottiene.

Lidia esprime bene, nella concretezza di quel momento della sua vita, il significato del battesimo che è espresso soprattutto da Paolo nell’epistola ai Galati 3,27-28 Infatti voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù

Donna, straniera, non ebrea, eppure nuova creatura. La dignità di Lidia, il suo essere una nuova creatura, deriva dal suo rapporto con Dio.

Durante il nostro studio biblico online, quello sulle carceri e sulla privazione della libertà, sono intervenuti due settimane fa, alcuni membri della chiesa valdese di Firenze. Il pastore di quella comunità ha ricordato (parlava della storia di Giuseppe che troviamo nella Genesi) l’importanza della relazione di Dio con Giuseppe. Il Signore era con lui. Anche nella sofferenza, anche nell’amarezza, anche nella prigione il Signore era con lui. Il pastore concludeva esortandoci a pensare ai sofferenti, come i carcerati o i migranti come persone amate da Dio, persone che Dio accompagna, indipendentemente da quello che sono, indipendentemente dalle nostre qualità. Ogni persona ha per noi dignità, e cioè è per noi un fine e non un mezzo da usare, perché è amata da Dio. Se pensiamo a questo, l’individuo prigioniero, emarginato e povero, continuerà forse ad essere prigioniero, emarginato e povero, ma la sua persona assumerà una nuova pienezza, una luce nuova una profondità prima invisibile. Certo, noi vediamo quella persona determinata, con i suoi tratti, con le sue qualità, ma se sappiamo che Dio è con lui o con lei, quella persona lì ci rimanda ad un oltre, ad un orizzonte di luce che non cancella la sua immagine ma anzi la rende più viva e accentua i suoi tratti particolari, una luce che dà più senso (più significato e più sensuosità) alla sua figura.

Nello studio biblico di pochi giorni fa è venuto a trovarci l’amico Paolo, un ex detenuto nella casa circondariale di Uta. Nel suo racconto abbiamo riconosciuto quella luce di cui ho appena parlato. Abbiamo visto la sua gioia intensa, coinvolgente e commovente quando ha detto “In carcere Dio è stato sempre con me, non mi ha mai abbandonato, e tutto ciò è bellissimo”.

Facciamo attenzione a quello che accade in questi casi e nel caso di Lidia: Dio pone il proprio fine nell’amare la creatura, guarda la sua creatura e sta con lei. Il centro di tutto è proprio l’essere umano, non è più nemmeno Dio che inizia l’azione ma non è il fine della sua azione.

E per questo che quando noi diciamo che dobbiamo amare l’umanità perché così amiamo Dio, forse non centriamo il problema. Non possiamo fare degli esseri umani uno strumento della nostra ascesa ai cieli di Dio. Qualche volta ci sarà pure capitato di affermare “Amiamo il prossimo così ameremo Dio”. Ma non è così. Noi amiamo il prossimo non perché vogliamo saltare in alto verso Dio ma perché Dio è sceso dalle sue altezze e ha amato la sua creatura, e le ha dato una nuova dignità, e una nuova bellezza. Anche se la sua apparenza è tale che noi distogliamo lo sguardo, anche se è lontana, distrutta dalla guerra e dall’odio, noi dobbiamo scorgere la sua pienezza. La sua luce che illumina anche noi. La sua autorità verso di noi.

Ecco il significato del “riconoscimento”. Noi ci accorgiamo che esiste l’altro e l’altra non perché dipende da noi o perché la nostra buona volontà lo salverà, e nemmeno, e questo è davvero importante, perché l’abbiamo giudicato buono, conforme ai nostri criteri morali (da qui il giudizio: “siccome sei buono allora ti amo”). No, noi riconosciamo che la dignità della persona è prima di noi, ci precede, ci sta davanti. I suoi diritti sono prima di noi, prima dei nostri giudizi morali, prima delle nostre religioni, prima delle nostre chiese. Questo è il riconoscimento. Poi, una volta riconosciuta la sua dignità, operiamo e agiamo per la sua tutela, operiamo con cura perché questa dignità sia garantita, cioè riconosciuta da tutti e sia forte contro ogni volontà di oppressione. Ma questo possiamo farlo solo se abbiamo riconosciuto, prima, la sua indistruttibile e autonoma dignità.

Per tutte queste ragioni, quando leggiamo nel testo degli Atti le parole di Lidia “se mi avete giudicata fedele” non dovremmo dare al verbo giudicare un significato solo giuridico. Lidia dice questa frase “Se mi avete giudicata fedele…” ma qui il giudicare non ha un valore giudiziario come sarebbe emettere una sentenza. Né Paolo né i suoi collaboratori possono giudicare, cioè separare Dio con il suo amore, da Lidia, e usare Dio per vedere se Lidia ha le credenziali per diventare credente. Dio sarebbe qui un metro, poveri noi! L’intreccio d’amore che si è aperto nella storia di Lidia tra lei e Dio non può essere dissolto o sciolto, quindi non può essere deciso, né da Paolo né dai suoi collaboratori né dalla chiesa qualunque chiesa sia, né dalla morale né dalle teologie. Il verbo che descrive questo è espresso in greco con krino, che significa, nel suo senso giuridico, “giudicare” ma può significare anche stimare, pensare, credere.

Insomma, possiamo interpretare così le parole di Lidia a Paolo e ai suoi compagni “Se mi avete riconosciuta, se vi siete accorti che io sono fedele al Signore, prima delle vostre decisioni e della vostra volontà, entrate in casa mia e alloggiatevi”. Entrate in casa mia e alloggiatevi.

Qui c’è altro che la semplice gentilezza, o buona educazione, o altruismo.

Lidia chiede di essere riconosciuta come persona ormai libera e uguale. Attiva. Capace di parola sua, e di sua azione: offre ospitalità. È capace non solo di ricevere un nuovo messaggio, ma di offrire la sua casa, di aprirsi ad estranei, di essere attiva, di dare. È capace cioè di iniziare, di iniziare una storia (la sua fu la prima delle comunità domestiche), di mostrare autorità. Paolo Timoteo e Sila, infatti, non possono opporre niente a questa offerta. Il testo sembra suggerire che fossero titubanti, ma non servì a nulla. Lidia ormai aveva una autorità nuova, “e ci costrinse ad accettare”.

Fratelli e sorelle, pensiamo ai casi in cui oggi siamo chiamati a riconoscere l’amore di Dio che si manifesta in persone lontane da noi, fuori dalla nostra cultura e dai nostri consolidati valori con cui di solito misuriamo e giudichiamo. Pensiamo ai carcerati che sono, anche per responsabilità delle istituzioni carcerarie, separati da noi, senza socialità. Verso di loro noi possiamo manifestare una solidarietà che non è quella semplice e spontanea che manifestiamo agli amici quotidiani, ma quella più difficile e profonda che è la solidarietà tra estranei, solidarietà tra lontani. Una vera sfida. Come quella vinta dal samaritano che era molto lontano dai giudei (samaritani e giudei non erano amici) ma che ebbe il coraggio di inventare una storia diversa, e da lontano che era, diventare sempre più vicino sempre più prossimo incarnando così  il simbolo stesso del “prossimo”, lui, il più lontano.

Pensiamo ai migranti. Sono lontani da noi. È vero, sono tra noi, nei nostri spazi geografici, ma vengono da lontano, da esperienze di guerra e di dolore lacerante. Anche qui siamo chiamati a intensità di riconoscimento. Riconoscimento della loro capacità di agire, del loro coraggio nell’affrontare pericoli, nel rischiare la vita spesso nella diffusa indifferenza, e capaci però di spingerci, se rispondiamo con il loro stesso coraggio, a inventare, insieme a loro, un mondo nuovo. E di rifare anche noi la storia.

Fratelli e sorelle addestriamoci, e impariamo questo riconoscimento degli estranei, facciamolo anche nel ricordo di Lidia, facciamolo in memoria di lei e di ciò che di lei, in poche righe, la Scrittura è riuscita a comunicarci.

Amen

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