Da Babele a Pentecoste

di GIANMARIO FIORI

Genesi 11,1-9
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Atti 2,1-11
La Pentecoste
Il battesimo nello Spirito Santo
1 Quando il giorno della Pentecoste fu giunto, erano tutti insieme nel medesimo luogo. 2 Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia e riempì tutta la casa dove essi sedevano. 3 Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. 4 Tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
5 Ora a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione di sotto il cielo. 6 Essendosi fatto quel suono, la folla si radunò e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel proprio linguaggio. 7 E tutti si stupivano e si meravigliavano, dicendo: “Ecco, tutti costoro che parlano non sono Galilei? 8 E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro linguaggio natìo? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica e pellegrini Romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle cose grandi di Dio nelle nostre lingue”.

Prima di entrare nel merito delle riflessioni che suscitano la lettura di questi due brani biblici, mi piace fare una breve premessa sull’attualità di questo Libro “apparentemente vecchio” ma capace di suscitare continuamente stupore, curiosità, modernità. Un libro capace di porci sempre domande, di interrogarci e stimolarci a trovare soluzioni, soluzioni ai problemi di sempre, ai problemi dell’uomo, confuso dal passato, incapace di guardare al futuro e non vivere il presente. Ma la lettura di questo libro, meglio fatta non individualmente, come ci insegnano i Fratelli ebrei, rappresenta una bussola per guidarci nella nebbia che la vita spesso sprigiona.

Ecco perché ho scelto come spunto alle riflessioni che oggi vi propongo, due brani che reputo di grande attualità al momento storico che stiamo vivendo.

L’immagine che Genesi 11 ci suscita è quella di una città-fortezza con questa torre in costruzione che svetta verso il cielo. Questa verticalizzazione verso il cielo, una sfida a Dio, un atto di arroganza nei confronti del creatore, è stata da alcuni esegeti ridimensionata. Più che una sfida a Dio la vedrei  come una necessità del controllo del territorio fino all’orizzonte visibile, per difendersi dalle aggressioni dei nemici. E non potrebbe essere che così, in una città fortezza. Una città sottoposta all’ordine, alla disciplina, militarizzata, dove niente è lasciato all’improvvisazione, compresa la lingua. Un’unica lingua.

Senza fare grandi sforzi di immaginazione, ci sentiamo riportati, almeno molti di noi, all’oggi. Un oggi sempre più uniforme, più livellato, dominato da una economia sempre più pervasiva e stimolata da bisogni indotti, un imperialismo e globalismo omogeneizzante e dominata, paradosso dei paradossi, da una lingua unica. Una lingua, al di là delle differenze, sempre più povera per un ridotto utilizzo di vocaboli e quindi di tutte quelle sfumature linguistiche, concettuali, che rendono una lingua ricca, capace di cogliere pienamente la realtà. Questo impoverimento linguistico si ripercuote a livello della capacità del pensare. Dice Umberto Galimberti “Per pensare ci vogliono le parole. Tu puoi pensare limitatamente alle parole che conosci”

Ecco allora che quanto scritto in Genesi 11,1-10 tutta la terra aveva un’unica lingua” riveste un’attualità travolgente. Quando tutto è finalizzato ad un unico scopo, il controllo sociale, economico, ecco allora che la lingua ha una funzione di controllo del gruppo. Bisogna tenere presente che l’impoverimento del linguaggio e conseguentemente del pensiero è stato ed è l’anticamera dei totalitarismi in tutte le varie declinazioni, politiche, socio-economiche e religiose, come seppe magistralmente descrivere George Orwell nel suo romanzo 1984. La diversità è sempre stata vista come un pericolo, un pericolo di cui sbarazzarsi. Coloro che vissero nel periodo fascista ricorderanno il bisogno frenetico, l’urgenza di italianizzare qualunque parola che non facesse parte del vocabolario italiano.

Ecco allora che Dio irrompe per rompere questa prigione e aprire all’orizzonte, per liberare le frontiere, per contaminare ed essere contaminati.

Lo fa con un semplice meccanismo: confonde le lingue, ciascuno non capisce ciò che dice l’altro, gli ordini non possono essere eseguiti. Succede una sorta di cortocircuito e tutto si interrompe.

E lo fa perché Babele rappresenta una disobbedienza al piano di Dio, che chiedeva all’uomo di diffondersi sulla faccia della terra e di diversificarsi (Gen1,28)

La lingua si separa, quello che apparentemente univa, adesso divide, perché per crescere bisogna diversificarsi. Per questo ci vuole del tempo. Il mondo è come una sinfonia, non c’è un solista. Dio ha creato un mondo sinfonico, con miliardi di voci ognuna delle quali è fondamentale per la creazione della melodia dell’universo.

Per ritrovare la Parola (con la P maiuscola) dobbiamo passare attraverso le parole che, come semi portati dal vento, si disperdono e fruttificano.

Se il Signore già in Genesi 11 ci ha messo in guardia da ogni chiusura, in Atti 2 ci dispiega la bellezza della diversità. E lo fa con la potenza delle immagini che solo un grande artista sa fare. Inizia col farci sentire il vento, un vento che ci investe, che ci smuove, che trasporta, feconda e mischia. E poi arriva il fuoco, un fuoco che illumina, che scalda, che incanta, che squarcia il buio, che ci fa vedere l’un l’altro.

E poi, colpo di scena, il turbamento della folla perché ciascuno udiva parlare nella propria lingua, nonostante provenissero dalle zone più disparate e  le lingue fossero le più diverse.

Qui sta la bellezza e la potenza di questo messaggio: dalla lingua unica, alla confusione delle lingue, alla comprensione delle lingue, il miracolo di Pentecoste. Rappresenta la nascita di una comunità che vive in stile antibabelico. Ritorniamo alla logica espressa in Gen 1,1-2,4°): Dio crea distinguendo e separando, affidando a ciascuno il proprio habitat.

Pentecoste è anche il simbolo che la lingua, strumento di comunicazione per eccellenza dell’uomo, passa attraverso il dialogo, l’ascolto, lo sforzo di comprendere e essere nell’altro.

E allora oggi, in questo grave e confuso momento storico, abbiamo bisogno di una nuova Pentecoste che entri nella nostra mente e scenda nel nostro cuore per aprirci al dialogo, alla comprensione dell’altro. Dobbiamo, appunto, ritrovare la Parola, attraverso le parole.

Parole per fermarci, per guardarci negli occhi, per far risuonare i nostri cuori e le nostre menti. Abbiamo bisogno di sostituire i suoni con parole, parole che ci aiutino a superare la logica del mio e del tuo, logica che sta distruggendo il nostro habitat, il mondo di tutte le creature.

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